
Titolo originale: Anaconda
Regia: Tom Gormican
Sceneggiatura: Kevin Etten, Tom Gormican
Cast: Jack Black, Paul Rudd, Steve Zahn, Thandiwe Newton, Daniela Melchior, Selton Mello
Genere: Commedia, Avventura, Horror
Durata: 99 minuti
Anno: 2025
Uscita italiana: 2026
Guardare un film senza pretese è una cosa che so fare benissimo. Anzi, spesso è proprio quello che cerco. Anaconda (2025), arrivato nelle sale italiane il 5 febbraio 2026, nasce con questa promessa: ripescare un titolo degli anni ’90, Anaconda (1997), diventato nel tempo un cult da videoteca più per la sua anima trash e le sue ingenuità che per reali meriti cinematografici, e rimetterlo in circolazione puntando su un intrattenimento leggero.
Più che un vero reboot, il film è una commedia metacinematografica nella quale l’originale del 1997 esiste e diventa il progetto che i protagonisti sognano di realizzare. Le coordinate sono chiare fin dall’inizio: non riscrivere il mito, ma giocare con la sua eredità attraverso un’operazione nostalgica e dichiaratamente leggera.
Doug (Jack Black) è un videomaker di matrimoni che sogna di dirigere un vero film, mentre Griff (Paul Rudd) è un attore che non è mai riuscito a sfondare. Amici fin dall’infanzia, insieme a Kenny (Steve Zahn) e Claire (Thandiwe Newton) decidono di rimettersi in gioco provando a girare una versione a basso costo di Anaconda nella foresta amazzonica.
Arrivati in Brasile, si affidano a Santiago (Selton Mello), un eccentrico addestratore di serpenti incaricato di gestire l’animale che intendono utilizzare durante le riprese. Al gruppo si unisce anche Ana (Daniela Melchior), che si presenta come la figlia dell’uomo dal quale hanno noleggiato l’imbarcazione e ne assume il comando. La donna, però, nasconde motivazioni personali che non coincidono con quelle degli aspiranti cineasti.
Mentre il gruppo cerca di portare avanti il film, la giungla e una serie di imprevisti trasformano la lavorazione in qualcosa di molto più pericoloso del previsto. Quando una gigantesca anaconda reale entra in scena, ogni piano salta e quella che doveva essere una produzione amatoriale si trasforma in una corsa per la sopravvivenza.

Il film è diretto da Tom Gormican, che firma anche la sceneggiatura insieme a Kevin Etten. Regia e scrittura fanno il minimo indispensabile per tenere insieme il racconto, seguendo un’impostazione semplice ma incapace di trovare una vera identità. Visivamente il film è ordinato, ma nessuna scelta lo distingue da una qualsiasi commedia d’avventura. Il problema è che la regia non sfrutta mai fino in fondo l’assurdità della premessa.
Il potenziale metacinematografico è evidente. Il tentativo dei protagonisti di realizzare un rifacimento amatoriale avrebbe potuto offrire molto più spazio alla satira sul cinema, sulle produzioni a basso costo e sulla continua tendenza di Hollywood a riciclare titoli conosciuti. La sceneggiatura accenna questi temi, ma li abbandona prima di ricavarne qualcosa di davvero divertente.
Anche il richiamo al B-movie rimane più un’idea che un vero linguaggio cinematografico. Mancano l’eccesso, la cattiveria e quella follia consapevole che avrebbero potuto rendere memorabile un’operazione del genere. La scrittura resta sospesa tra parodia, avventura e commedia tradizionale, senza abbracciare con decisione nessuna delle tre componenti. Persino l’elemento horror viene quasi completamente sacrificato, con un’anaconda digitale funzionale alle sequenze d’azione ma raramente capace di trasmettere tensione o un autentico senso di pericolo.
La prima parte risente soprattutto della mancanza di gag efficaci e procede con un ritmo più faticoso del previsto. La vicenda impiega troppo tempo per entrare realmente nel vivo, senza costruire nel frattempo situazioni comiche abbastanza forti da sostenere l’attesa. Quando l’anaconda assume finalmente un ruolo centrale, il racconto acquista un minimo di energia, ma continua a seguire uno sviluppo prevedibile e privo di autentici picchi.

Jack Black è quello al quale la sceneggiatura permette di esagerare maggiormente. La sequenza nella quale Doug, creduto morto e trasformato dagli amici in un’improbabile esca con la carcassa di un cinghiale legata alla schiena, si risveglia davanti al serpente è il momento più riuscito del film. È anche l’unico nel quale la comicità fisica dell’attore viene sfruttata fino in fondo.
Paul Rudd non segue Black sul terreno della comicità fisica e affida Griff soprattutto alle battute e alle reazioni. Insieme riescono a rendere credibile l’amicizia di lunga data tra Griff e Doug. La sceneggiatura, però, offre alla coppia troppe poche battute davvero efficaci, sprecando buona parte di ciò che i due attori avrebbero potuto dare al film.
Steve Zahn e Thandiwe Newton hanno ben poco da fare. Il primo cerca di dare a Kenny un carattere più stralunato, mentre Claire rimane un personaggio appena abbozzato e spesso ai margini della vicenda. Selton Mello riesce invece a sfruttare meglio lo spazio a disposizione, rendendo Santiago uno dei comprimari più riconoscibili. Meno convincente è Ana, interpretata da Daniela Melchior: la sottotrama legata al personaggio complica il racconto senza aumentare realmente la tensione.
Le apparizioni di Ice Cube e Jennifer Lopez, entrambi nei panni di sé stessi, rappresentano il collegamento più diretto con il film originale. Ice Cube entra brevemente nella vicenda, mentre Jennifer Lopez compare in una scena a metà dei titoli di coda. I due cameo servono soprattutto a richiamare il film del 1997 e a soddisfare il pubblico nostalgico, senza avere un vero peso sul risultato complessivo.

Anaconda (2025) parte da un’idea adatta a un intrattenimento leggero e consapevolmente trash, ma non riesce quasi mai a trasformarla in qualcosa di davvero divertente. Nei suoi cento minuti scarsi, le risate sono poche e anche l’arrivo del serpente non dà al racconto l’energia che gli è mancata fino a quel momento.
Con un cast del genere si poteva ottenere una commedia molto più folle. Il risultato è invece un film tiepido, innocuo e dimenticabile, che sfrutta il nome di Anaconda senza trovare una ragione convincente per riportarlo in circolazione.
Un’operazione nostalgica fiacca, con poche risate e ancora meno personalità.
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Il Collezionista di Cinema
