La signora ammazzatutti (1994)

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Serial Mom

Regia: John Waters

Sceneggiatura: John Waters

Cast: Kathleen Turner, Sam Waterston, Ricki Lake, Suzanne Somers, Matthew Lillard, Mink Stole, Suzanne Somers, Patricia Hearst

Genere: Commedia, Thriller

Durata: 95 minuti

Anno: 1994

Le regole della buona educazione dovrebbero rendere più semplice la convivenza, ma possono diventare anche un metro con cui giudicare gli altri. Quanto può assottigliarsi, in La signora ammazzatutti (1994), il confine tra il desiderio di ordine e la pretesa di imporre a tutti il proprio codice di comportamento?

TRAMA

Beverly Sutphin (Kathleen Turner) vive in un tranquillo quartiere residenziale di Baltimora insieme al marito Eugene (Sam Waterston), dentista, e ai figli adolescenti Misty (Ricki Lake) e Chip (Matthew Lillard). Premurosa, sorridente e attenta alla casa, rappresenta agli occhi di tutti il modello della moglie e della madre perfetta.

Dietro l’immagine rassicurante si nasconde però un’assassina incapace di tollerare chi offende la sua famiglia o infrange regole che considera inviolabili. Una parola fuori posto, una cattiva abitudine o una mancanza di educazione possono essere sufficienti per entrare nel suo mirino, dando inizio a una serie di delitti destinata ad attirare l’attenzione della polizia e dei mezzi d’informazione.

Beverly Sutphin a tavola con la famiglia in La signora ammazzatutti (1994).

Dopo aver costruito la propria fama attraverso un cinema indipendente, provocatorio e volutamente eccessivo, John Waters trasferisce il suo sguardo irriverente all’interno di una produzione più ricca e accessibile. Il cambiamento non cancella la sua personalità, ma sposta l’eccesso dentro una quotidianità apparentemente ordinata, lasciando che sia il contrasto tra questi due elementi a determinare il tono del film.

La casa dei Sutphin, il giardino curato, le colazioni in famiglia e le conversazioni tra vicini richiamano la serenità artificiale delle vecchie sitcom americane. Gli interni, ricostruiti in studio dallo scenografo Vincent Peranio, conservano un aspetto credibile e accogliente, lontano dagli ambienti apertamente deliranti dei primi lavori di Waters. La fotografia luminosa di Robert M. Stevens e gli abiti floreali disegnati da Van Smith rafforzano l’immagine rassicurante di Beverly: il sorriso, i modi cortesi e l’attenzione riservata alla casa non cambiano neppure quando la violenza irrompe nella sua routine.

Waters non crea quindi un vero mistero intorno all’identità dell’assassina e rinuncia alle atmosfere cupe del thriller. Gli omicidi diventano improvvise esplosioni di umorismo nero, spesso legate a oggetti e ambienti domestici, senza spezzare il tono colorato e grottesco del racconto. La partitura di Basil Poledouris conserva un andamento vivace e rassicurante anche nei momenti più macabri, mentre l’impiego di brani conosciuti produce accostamenti volutamente fuori luogo. Nella sequenza accompagnata da Tomorrow, tratta dal musical Annie (1982), l’ottimismo della canzone si scontra con la brutalità di un delitto, dando vita a uno dei momenti più rappresentativi dell’umorismo del film.

Beverly Sutphin solleva un cosciotto d’agnello durante la sequenza di Tomorrow in La signora ammazzatutti (1994).

Scritta dallo stesso Waters, la sceneggiatura trasforma la madre americana perfetta in una fanatica delle buone maniere, disposta a eliminare chiunque incrini la sua visione del mondo. Beverly non sembra però condurre due vite separate: la premura con cui protegge la famiglia e la ferocia con cui punisce gli altri appartengono alla stessa personalità. Non rinnega il proprio ruolo sociale, ma ne porta i principi fino alle conseguenze più assurde. La protezione dei figli diventa vendetta, mentre l’ordine domestico si estende al controllo delle persone che la circondano.

Alcune delle sue vittime hanno offeso un membro della famiglia, altre si sono limitate a ignorare una regola che lei considera indispensabile. La sproporzione tra queste mancanze e la punizione genera la risata e mette a nudo il suo moralismo: Beverly pretende rispetto ed educazione mentre viola ogni principio realmente importante, senza avvertire alcuna contraddizione. La prima parte segue così una struttura episodica nella quale qualcuno commette una scorrettezza e la sua reazione assume proporzioni imprevedibili. Waters varia gli strumenti e le circostanze, ma, una volta compreso il meccanismo, alcune situazioni diventano più facili da anticipare e la parte centrale mostra una certa ripetitività.

Il racconto cambia passo quando l’attenzione si sposta dai delitti alla reazione della comunità. La cronaca trasforma Beverly in “Serial Mom”, un nome riconoscibile dietro il quale le sue responsabilità cominciano a perdere importanza. Anche la famiglia si adegua rapidamente, comprendendo che quella notorietà può produrre denaro e opportunità, mentre il processo diventa uno spettacolo nel quale le abitudini e i comportamenti dei testimoni contano più dei fatti. Il criminale diventa una celebrità, il caso alimenta la vendita di prodotti e l’adattamento televisivo viene preparato prima ancora che la vicenda sia conclusa. Meccanismi già presenti nel 1994, ma diventati ancora più riconoscibili con la successiva espansione del true crime.

La sceneggiatura coinvolge nella stessa critica anche il moralismo rivolto contro il cinema horror. Chip lavora in una videoteca ed è appassionato di film splatter, una passione che gli adulti considerano problematica, ma il pericolo reale proviene dalla persona maggiormente integrata nella comunità. Ciò che viene giudicato sconveniente appare così molto meno pericoloso di quanto può nascondersi dietro le apparenze rispettabili.

Beverly Sutphin e Suzanne Somers durante il processo in La signora ammazzatutti (1994).

Il tono scelto da Waters dipende soprattutto da Kathleen Turner, che affronta Beverly senza sottolinearne continuamente la follia. Il regista chiedeva agli attori di pronunciare anche i dialoghi più assurdi come se fossero assolutamente veri e Turner segue questa indicazione senza cercare la complicità dello spettatore. Beverly non pensa di essere divertente né considera spropositate le proprie reazioni: nelle scene familiari e durante gli omicidi conserva la stessa compostezza, come se entrambi appartenessero alla sua normale quotidianità. La serietà dell’interpretazione dà credibilità al contrasto tra la madre premurosa e l’assassina, mentre l’eccitazione che segue alcuni delitti rivela quanto la violenza le procuri piacere. Turner accettò il ruolo nonostante i suoi agenti le avessero sconsigliato di lavorare con Waters, temendo conseguenze negative per la sua carriera.

Accanto a lei, Sam Waterston esprime lo smarrimento di Eugene senza inseguire gli eccessi comici della protagonista. Ricki Lake accompagna il passaggio di Misty dall’incredulità allo sfruttamento della notorietà materna, mentre Matthew Lillard trasmette a Chip l’entusiasmo del giovane appassionato di horror. Per Lillard si tratta di uno dei primi ruoli cinematografici importanti, due anni prima di Scream (1996).

Mink Stole, presenza abituale nel cinema di Waters, veste i panni di Dottie Hinkle, la vicina tormentata dalle telefonate oscene di Beverly. Tra le apparizioni minori spiccano Patty Hearst e Suzanne Somers: Waters aveva seguito personalmente il celebre processo della prima, qui scelta per il ruolo di una giurata, mentre Somers compare nei panni di sé stessa come futura protagonista dell’adattamento televisivo dei delitti. Due presenze che rafforzano il legame tra cronaca, celebrità e trasformazione del crimine in spettacolo.

La signora ammazzatutti si indebolisce quando ripete il meccanismo che lega ogni scorrettezza a una nuova punizione, rendendo prevedibili alcuni passaggi e lasciando appena abbozzati diversi bersagli della satira. Il tono grottesco, però, non scivola nel trash, soprattutto grazie a Kathleen Turner, capace di far convivere il garbo della madre perfetta con la ferocia dell’assassina.

Il rovesciamento della figura materna non esaurisce il film. La satira diventa più precisa quando Beverly smette di essere un’anomalia da condannare e diventa una celebrità da osservare, raccontare e sfruttare. Con la successiva espansione del true crime, questo passaggio ha perso gran parte del carattere esasperato che poteva avere nel 1994: a oltre trent’anni dall’uscita, il modo in cui Waters racconta il crimine trasformato in spettacolo appare persino più familiare.

TRAILER
Il mio voto
7/10

Black comedy grottesca e irriverente, efficace contro il perbenismo americano e il fascino per il crimine.

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Alla prossima visione,

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