Unabomber (2026)

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Unabomber

Regia: Janus Metz Pedersen

Sceneggiatura: Sam Chalsen, Nelson Greaves

Cast: Jacob Tremblay, Russell Crowe, Shailene Woodley, Annabelle Wallis, Alexander Ludwig, Steven Ogg, Marc Menchaca, Mark Camacho

Genere: Drammatico, Thriller, Biografico

Durata: 97 minuti

Anno: 2026

Tipologia: Film in streaming

Quando si cerca di capire l’origine della violenza, la spiegazione più semplice è anche la più rassicurante: individuare un momento preciso e attribuire a quello tutto ciò che verrà dopo. Nella realtà, però, tra un trauma e una scelta estrema esiste spesso un percorso molto più lungo, fatto di isolamento, convinzioni maturate nel tempo e responsabilità personali.

Prima dell’uomo che l’America avrebbe conosciuto come Unabomber c’era un ragazzo prodigio entrato ad Harvard a soli sedici anni. Disponibile in esclusiva streaming su Netflix dal 25 settembre 2026, il film di Janus Metz prova a risalire alle origini di Theodore Kaczynski e a individuare il momento in cui la sua fragilità cominciò a lasciare spazio al futuro terrorista.

TRAMA

Nel 1958 Ted Kaczynski (Jacob Tremblay) arriva ad Harvard con un’intelligenza fuori dal comune, ma anche con evidenti difficoltà nel relazionarsi con gli altri. Il professor Henry Murray (Russell Crowe) gli propone di partecipare a uno studio condotto insieme alla collaboratrice Christiana Morgan (Annabelle Wallis). Ted accetta senza sapere che l’esperimento prevede una serie di confronti psicologici sempre più aggressivi, durante i quali le sue convinzioni vengono attaccate con l’obiettivo di misurarne le reazioni allo stress.

Nel 1994, mentre l’Unabomber continua a colpire attraverso ordigni inviati per posta, l’agente Joanne Miller (Shailene Woodley) entra nel gruppo investigativo incaricato di identificarlo. Per comprendere chi si nasconda dietro gli attentati, cerca un legame tra le vittime, analizza i messaggi dell’attentatore e prova a ricostruirne il profilo psicologico.

Le due linee temporali procedono in parallelo: da una parte gli esperimenti ai quali Ted viene sottoposto quando è ancora uno studente, dall’altra l’indagine condotta molti anni dopo per identificare e catturare l’Unabomber.

Joanne Miller e gli agenti dell’FBI durante le indagini in Unabomber (2026).

Janus Metz divide il film tra gli anni trascorsi da Kaczynski ad Harvard e la fase conclusiva della caccia dell’FBI. L’alternanza mantiene vivo il ritmo, ma mette in evidenza quanto le due linee narrative funzionino in modo diverso. Quella ambientata ad Harvard è nettamente la più riuscita. La tensione cresce durante gli esperimenti, quando la curiosità iniziale di Ted lascia gradualmente spazio alla consapevolezza di essere stato manipolato. Il confronto tra Jacob Tremblay e Russell Crowe dà forza a questi momenti e rende credibile il controllo esercitato da Murray sul ragazzo.

La parte investigativa appare invece molto più anonima. La regia assume spesso l’aspetto ordinario di un film televisivo e non riesce a restituire la difficoltà di una caccia durata quasi vent’anni. Anche l’avvicinamento alla cattura viene risolto senza particolare intensità. Il film non annoia, ma lascia l’impressione di assistere a due racconti differenti: un dramma psicologico riuscito e un’indagine affrontata in modo molto più convenzionale. Il continuo passaggio da un’epoca all’altra li avvicina, senza riuscire davvero ad amalgamarli.

Henry Murray e il giovane Ted Kaczynski durante un esperimento psicologico in Unabomber (2026).

Sam Chalsen e Nelson Greaves costruiscono la sceneggiatura attorno a due estremi della vicenda: il giovane Kaczynski prima dell’Unabomber e il terrorista ormai vicino alla cattura. L’accostamento permette di confrontare l’inizio e la fine dello stesso percorso, ma in appena cento minuti non c’è abbastanza spazio per approfondire entrambi. A rimanere quasi completamente fuori è proprio il passaggio più importante: il film mostra Ted sottoposto agli esperimenti di Murray e, molti anni dopo, l’uomo responsabile degli attentati, ma spiega poco come sia arrivato dall’uno all’altro. La progressiva radicalizzazione, la nascita del pensiero antitecnologico e la decisione di ricorrere alla violenza vengono soltanto accennate.

Nei dialoghi compaiono riflessioni sulla libertà individuale, sul controllo esercitato dalla società e sul rapporto tra essere umano e tecnologia. Sono però frammenti che non bastano a rendere comprensibile l’ideologia di Kaczynski. Chi non conosce la storia può intuire il suo disagio, ma difficilmente comprende come quel disagio abbia assunto una forma politica e filosofica tanto precisa. Gli esperimenti diventano così il collegamento più evidente tra il ragazzo e il terrorista. Il film non afferma apertamente che Murray abbia creato l’Unabomber, ma l’accostamento tra le due linee temporali suggerisce un rapporto di causa ed effetto più diretto di quanto sia possibile dimostrare.

Anche l’indagine risente della compressione. Joanne Miller concentra in un solo personaggio il lavoro svolto da numerose persone, mentre molti passaggi vengono ridotti a intuizioni, confronti e dialoghi esplicativi. La fase conclusiva accelera ulteriormente: l’identificazione di Kaczynski e il percorso verso il suo arresto arrivano troppo rapidamente, senza restituire il peso di una delle indagini più lunghe e costose nella storia dell’FBI.

Joanne Miller cerca indizi durante la caccia all’Unabomber nel film Unabomber (2026).

Jacob Tremblay offre la prova più convincente del film. Nel suo Ted convivono fragilità, isolamento e una presenza già disturbante, senza caricare il personaggio di segnali troppo espliciti sul futuro Unabomber. Il disagio emerge gradualmente e diventa più evidente quando il ragazzo comprende quanto Murray stia sfruttando le sue debolezze. Convince anche Russell Crowe, che non forza Henry Murray verso la follia o il sadismo. Il professore sa mostrarsi disponibile quando deve conquistare la fiducia di Ted, ma durante gli esperimenti lascia emergere una freddezza che riduce il ragazzo a un soggetto da osservare.

Shailene Woodley risente invece di un ruolo scritto soprattutto per accompagnare lo spettatore attraverso l’indagine. Joanne Miller espone gli indizi e conduce il racconto verso la cattura, ma rimane priva di una vera profondità. Anche l’interpretazione è piuttosto anonima e non riesce a darle una personalità capace di superare i limiti della sceneggiatura. Più defilata Annabelle Wallis nei panni di Christiana Morgan. Pur partecipando agli esperimenti, non appare disposta a sfruttare fino in fondo la fragilità di Ted con la stessa freddezza di Murray. Questo non la rende innocente, ma introduce qualche esitazione in un rapporto altrimenti dominato dal professore.

Jacob Tremblay nei panni del giovane Ted Kaczynski durante un esperimento in Unabomber (2026).

La vicenda reale dietro Unabomber

Ted Kaczynski entrò realmente ad Harvard nel 1958, quando aveva soltanto sedici anni. Aveva già saltato due classi e mostrava da tempo difficoltà nell’inserirsi tra compagni più grandi. Era un ragazzo estremamente intelligente e socialmente isolato, ma questo non significa che fosse già destinato a diventare un terrorista.

Tra il 1959 e il 1962 partecipò agli esperimenti diretti da Henry Murray insieme ad altri ventuno studenti. Dopo aver esposto per iscritto le proprie convinzioni, i partecipanti venivano sottoposti a confronti durante i quali le loro idee e debolezze personali erano attaccate deliberatamente. Si trattò di pratiche oggi considerate eticamente inaccettabili, ma non esiste la prova che abbiano causato la successiva campagna terroristica. Lo stesso Kaczynski dichiarò di non ritenere quelle esperienze decisive per il corso della propria vita.

Anche la sua ideologia era più articolata di quanto emerga nel film. Nel manifesto La società industriale e il suo futuro, Kaczynski accusava il sistema tecnologico di limitare l’autonomia individuale, distruggere il rapporto con la natura e costringere l’essere umano ad adattarsi alle sue esigenze. Il suo pensiero riprendeva idee già affrontate da autori come Jacques Ellul, Desmond Morris e Martin Seligman, ma divenne anche una giustificazione personale per la violenza. Dal 1978 al 1995 inviò o consegnò sedici ordigni, uccidendo tre persone e ferendone ventitré. La sigla UNABOM nacque dalle prime indagini dell’FBI sugli attentati contro università e compagnie aeree.

Joanne Miller è invece un personaggio inventato per riunire il lavoro di diversi investigatori. Nella realtà Linda Patrik sospettò che dietro l’Unabomber potesse esserci Ted e convinse il marito David Kaczynski, fratello dell’attentatore, a leggere il manifesto. David vi riconobbe idee ed espressioni familiari. Il confronto tra lettere, vecchi scritti e il testo pubblicato contribuì all’analisi linguistica che portò al mandato di perquisizione e all’arresto del 3 aprile 1996. Christiana Morgan collaborò realmente con Murray alla Harvard Psychological Clinic, ma il ruolo preciso che il film le assegna negli esperimenti su Kaczynski non trova una conferma altrettanto chiara nelle ricostruzioni disponibili.

Raccontare insieme il giovane Kaczynski e la fase conclusiva della sua cattura avrebbe richiesto più di cento minuti. Alternando due periodi tanto lontani, Unabomber sacrifica proprio ciò che dovrebbe unirli: la radicalizzazione di Ted, lo sviluppo della sua ideologia e il passaggio dalla fragilità alla violenza.

La parte di Harvard, le interpretazioni di Jacob Tremblay e Russell Crowe e l’interesse della vicenda reale evitano che l’insieme crolli, ma non compensano un’indagine convenzionale e una ricostruzione troppo semplificata. Chi non conosce il caso può ricavarne gli avvenimenti essenziali, senza però comprendere davvero Kaczynski e le ragioni che lo portarono agli attentati. Unabomber introduce la sua storia, ma non riesce a spiegarla.

TRAILER
Il mio voto
5/10

Troppa storia per cento minuti, in due percorsi che non diventano mai un solo film.

Alla prossima visione,

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