La scomparsa di Josef Mengele (2025)

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: Das Verschwinden des Josef Mengele

Regia: Kirill Serebrennikov

Sceneggiatura: Kirill Serebrennikov

Cast: August Diehl, Max Bretschneider, David Ruland, Dana Herfurth, Burghart Klaussner, Rodrigo Costa Pereyra

Genere: Biografico, Drammatico, Storico

Durata: 135 minuti

Anno: 2025

Colore: Bianco e nero

Raccontare la fuga di Josef Mengele significa maneggiare uno dei capitoli più inquietanti del Novecento. Qui la storia si concentra soprattutto sugli anni passati in Sud America dopo Auschwitz, tra false identità, continui spostamenti e una paranoia che cresce col tempo. Un materiale enorme, almeno in teoria, raccontato però in modo molto diverso da quanto ci si potrebbe aspettare. La critica si è divisa: per alcuni è un film rigoroso e maturo, per altri un’esperienza distante e quasi svuotata di tensione, ed è difficile non ritrovarsi più vicini a questa seconda lettura.

TRAMA

Dopo la caduta del Terzo Reich, Josef Mengele (August Diehl) riesce a fuggire dall’Europa e a rifarsi una vita sotto falsa identità in Sud America. Tra Argentina, Paraguay e Brasile cambia più volte nome, si sposta continuamente e vive nascosto grazie all’aiuto di contatti e sostenitori che continuano a proteggerlo anche anni dopo la guerra. Mentre il mondo prova ancora a rintracciarlo, Mengele trascorre gran parte della sua esistenza nell’ombra, tra isolamento, paura e rapporti familiari sempre più complicati.

Il film attraversa diversi momenti della sua fuga alternando presente, ricordi e flashback legati anche al periodo di Auschwitz. Nel corso degli anni il personaggio vede cambiare il mondo attorno a sé, mentre la pressione della cattura e il peso del passato iniziano lentamente a consumarlo.

Kirill Serebrennikov gira il film mantenendo un tono distaccato. Il bianco e nero sporco e soffocante accompagna la vita clandestina di Mengele come se fosse già un fantasma, un uomo che vive nascosto ai margini del mondo. Si capisce subito che il film vuole evitare qualsiasi spettacolarizzazione.

Alla lunga però questa scelta appiattisce parecchio il ritmo. Le scene passano una dopo l’altra senza lasciare vera tensione e perfino i momenti più pesanti raramente colpiscono davvero. Spesso sembra più una ricostruzione storica che un film capace di prenderti davvero.

Il film cambia davvero faccia solo nelle sequenze ambientate ad Auschwitz. Qui il bianco e nero lascia spazio al colore e le immagini assumono un tono quasi documentaristico, più sporco e frammentato. Serebrennikov ha spiegato di aver voluto rendere queste scene molto più dirette e scioccanti proprio per mostrare senza filtri le atrocità compiute da Mengele. Il cambio di stile funziona a metà: l’idea è interessante, ma queste scene sembrano quasi appartenere a un altro film. I continui salti temporali rendono tutto ancora più frammentato e finiscono per indebolire ulteriormente il coinvolgimento.

La sceneggiatura, scritta da Kirill Serebrennikov insieme a Pavel Pryazhko e tratta dal romanzo di The Disappearance of Josef Mengele (2017) di Olivier Guez, evita di trasformare Mengele in una figura cinematografica costruita sugli eccessi. Il personaggio viene mostrato soprattutto durante gli anni della fuga, tra isolamento, paranoia e rapporti sempre più complicati con le persone che lo circondano.

A forza di trattenere tutto, però, il film diventa sempre più distante. Evita il sensazionalismo, ma fatica anche a costruire scene davvero incisive o dialoghi che restano impressi. Alla fine ci si ricorda più il tipo di film che voleva essere che momenti davvero forti.

August Diehl, che molti ricordano per il maggiore Dieter Hellstrom in Bastardi senza gloria (2009) di Quentin Tarantino, sostiene praticamente tutto il film con un’interpretazione fatta più di presenza che di grandi esplosioni emotive. Anche quando parla poco, mantiene continuamente addosso una sensazione di disagio e paranoia che accompagna il personaggio per tutto il film.

Il resto del cast accompagna soprattutto il percorso clandestino del protagonista tra protezioni, contatti e rapporti familiari sempre più fragili, senza però lasciare personaggi davvero memorabili.

La scomparsa di Josef Mengele (2025) prova a raccontare una figura storica così pesante evitando quasi sempre tensione, enfasi e scene costruite per colpire lo spettatore. Una scelta precisa, che in alcuni momenti rende il film diverso dal solito racconto sulla fuga di un criminale nazista, ma che alla lunga finisce anche per togliere forza e coinvolgimento a gran parte della visione.

Qualche idea visiva interessante c’è, soprattutto nelle sequenze di Auschwitz, ma alla fine resta la sensazione di un’occasione sfruttata solo in parte.

TRAILER
Il mio voto
5/10

Un film studiato e pieno di intenzioni, ma che raramente riesce a lasciare un segno reale nonostante il peso della storia che racconta.

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Alla prossima visione,

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