
Titolo originale: Pacific Heights
Regia: John Schlesinger
Sceneggiatura: Daniel Pyne
Cast: Melanie Griffith, Matthew Modine, Michael Keaton, Mako, Laurie Metcalf, Beverly D’Angelo, Tippi Hedren
Genere: Thriller
Durata: 102 minuti
Anno: 1990
La paura di aprire la porta alla persona sbagliata è una delle idee più semplici e immediate che un thriller possa usare. Uno sconosciuto alla porta (1990) prende questa paura e la trasforma in un incubo quotidiano: una coppia, una nuova casa, un inquilino apparentemente tranquillo e una situazione che lentamente diventa soffocante.
Patty Palmer (Melanie Griffith) e Drake Goodman (Matthew Modine) acquistano una grande casa a San Francisco con l’idea di ristrutturarla e iniziare una nuova fase della loro vita. Per sostenere economicamente il progetto decidono di affittare un appartamento interno dell’edificio.
L’uomo scelto come inquilino è Carter Hayes (Michael Keaton), figura inizialmente educata e apparentemente normale. Poco dopo però iniziano i problemi: ritardi, provocazioni, comportamenti ambigui e continue manipolazioni mettono a dura prova la stabilità della coppia.

John Schlesinger dirige il film in modo semplice, puntando più sul disagio quotidiano che sui momenti di forte tensione. La regia si concentra soprattutto sugli spazi della casa e sulla sensazione di vedere la propria quotidianità invasa poco alla volta. È soprattutto nella prima metà che il film funziona meglio, quando la tensione aumenta gradualmente e il disagio nasce da situazioni ancora credibili. Schlesinger riesce a valorizzare questo aspetto lavorando sulla normalità che lentamente si trasforma in qualcosa di soffocante.
Anche la sceneggiatura di Daniel Pyne parte da un presupposto molto semplice: trasformare un problema domestico in un incubo sempre più difficile da arginare. È una paura immediata e proprio per questo il film crea tensione fin dai primi minuti senza bisogno di soluzioni particolarmente elaborate. I dialoghi e la struttura, però, restano abbastanza convenzionali e il racconto segue spesso sviluppi prevedibili. Quando prova a spingere maggiormente sul lato thriller più aggressivo perde parte dell’efficacia mostrata fino a quel momento, anche perché alcune situazioni finiscono per apparire più artificiose.
Michael Keaton è il vero punto di forza del film. Carter Hayes colpisce perché Keaton evita di trasformarlo subito in un antagonista sopra le righe e costruisce il personaggio attraverso una calma apparente, piccoli gesti e atteggiamenti sempre più inquietanti. La tensione passa in gran parte da lui. Riesce a rendere Carter ambiguo e manipolatore senza spingere troppo sull’eccesso, e molti dei momenti più riusciti del film ruotano proprio attorno alla sua presenza.
Melanie Griffith offre una prova solida soprattutto nelle scene in cui la situazione dentro casa diventa sempre più pesante. Matthew Modine restituisce bene la frustrazione crescente del personaggio, sempre più schiacciato dagli eventi. Nel film compare anche Tippi Hedren, madre di Melanie Griffith nella vita reale e storica protagonista di diversi film di Alfred Hitchcock negli anni ’60. Qui interpreta Florence Peters, una ricca vedova coinvolta nei raggiri di Hayes.

Uno sconosciuto alla porta resta un thriller efficace soprattutto nella prima metà, quando lavora più sulla tensione domestica che sui meccanismi più classici del genere.
Al di là dell’interpretazione di Michael Keaton, però, il film lascia poco di davvero memorabile. La tensione regge per buona parte della durata, ma la storia procede in modo piuttosto prevedibile e raramente trova spunti capaci di distinguerla da molti altri thriller dello stesso periodo.
Thriller anni ’90 semplice e lineare, capace di creare una discreta tensione ma troppo prevedibile per distinguersi davvero.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
