
Titolo originale: Cure
Regia: Kiyoshi Kurosawa
Sceneggiatura: Kiyoshi Kurosawa
Cast: Kōji Yakusho, Tsuyoshi Ujiki, Anna Nakagawa, Masato Hagiwara
Genere: Thriller, Horror
Durata: 111 minuti
Anno: 1997
Uscito nel 1997 e arrivato per la prima volta nelle sale italiane nel 2025 grazie a una nuova versione restaurata in 4K, Cure è una delle opere che hanno contribuito a ridefinire il thriller psicologico giapponese tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo millennio.
Partendo da una serie di omicidi apparentemente inspiegabili, Kiyoshi Kurosawa sviluppa un racconto che utilizza l’indagine criminale come punto di partenza per esplorare identità, memoria e natura umana, dando vita a un film che continua ancora oggi ad alimentare letture e interpretazioni differenti.
A Tokyo una serie di omicidi mette in difficoltà la polizia. Gli assassini vengono identificati quasi subito, ma nessuno di loro riesce a spiegare il motivo dei propri gesti. L’unico elemento che collega i delitti è una misteriosa X incisa sul collo delle vittime.
Il detective Ken’ichi Takabe (Kōji Yakusho) viene incaricato delle indagini e, con l’aiuto dello psicologo Shin Sakuma (Tsuyoshi Ujiki), cerca di trovare un legame tra casi che sembrano sfuggire a qualsiasi logica. Le indagini finiscono presto per concentrarsi su Kunio Mamiya (Masato Hagiwara), un giovane enigmatico afflitto da continui vuoti di memoria e apparentemente collegato a tutti gli assassini.
Mentre l’indagine procede, Takabe si ritrova coinvolto in un confronto sempre più inquietante che mette alla prova le sue certezze e trasforma il caso in qualcosa di molto diverso da una semplice caccia al colpevole.

Uno degli elementi che colpiscono maggiormente della regia di Kiyoshi Kurosawa è il modo in cui utilizza lo spazio. La macchina da presa mantiene frequentemente una certa distanza e rinuncia a seguire ogni emozione o reazione attraverso il primo piano. Una scelta evidente fin dalle prime apparizioni di Mamiya, introdotto sulla spiaggia come una figura lontana e difficile da decifrare, quasi confusa con l’ambiente che lo circonda.
Anche negli ambienti chiusi il regista utilizza lo spazio per raccontare i rapporti tra i personaggi. In una delle scene più significative ambientate nell’appartamento dei Takabe, Fumie attraversa lo sfondo fuori fuoco mentre il marito rimane in primo piano. Senza bisogno di dialoghi esplicativi, l’inquadratura comunica la distanza che separa i due e anticipa molte delle tensioni che attraversano il loro rapporto.
Altrettanto importante è il modo in cui Kurosawa distribuisce personaggi, oggetti e ambienti all’interno dello stesso spazio. Spesso l’attenzione non viene concentrata su un solo elemento, ma distribuita tra personaggi, oggetti e ambienti che condividono la stessa inquadratura. Una scelta che rende importanti anche dettagli che normalmente passerebbero inosservati e che contribuisce a dare profondità a molte scene.
Il film utilizza inoltre l’acqua come elemento ricorrente sia sul piano visivo che sonoro. Pioggia, gocce, superfici bagnate, acqua che scorre e rumori ambientali tornano continuamente nel corso del racconto fino a diventare parte integrante del linguaggio del film. Non si tratta di semplici dettagli scenografici, ma di elementi che accompagnano diversi momenti chiave della narrazione e contribuiscono a definire il mondo costruito da Kurosawa. Presi singolarmente possono sembrare dettagli marginali, ma nel loro insieme definiscono gran parte dell’identità visiva di Cure.

A differenza di molti thriller, Cure non costruisce il proprio mistero attorno alla ricerca del colpevole. Scritta dallo stesso Kiyoshi Kurosawa, la sceneggiatura dialoga con alcuni modelli del thriller investigativo occidentale per sviluppare però un percorso molto diverso e personale. Più l’indagine procede, meno diventano importanti gli aspetti tradizionali dell’inchiesta e più assumono peso i dubbi che circondano i personaggi e le loro motivazioni.
Uno degli elementi centrali del film è il modo in cui Mamiya mette in crisi l’identità delle persone che incontra. Le sue domande sono semplici, ripetitive e apparentemente innocue, ma finiscono per colpire aspetti che i personaggi danno normalmente per scontati. Chi sei? Come ti chiami? Che lavoro fai? Interrogativi banali che, nel contesto del film, assumono un significato sempre più inquietante e diventano il punto di partenza di una progressiva perdita di riferimenti.
Non è un caso che il film colleghi spesso questa crisi dell’identità alla memoria, tema che attraversa l’intera vicenda attraverso Mamiya, Fumie e altri personaggi incapaci di aggrapparsi a certezze stabili. La figura di Mamiya e alcuni elementi della storia richiamano inoltre gli studi sul mesmerismo e sulle prime teorie dell’ipnosi, temi che il film utilizza come punto di partenza per esplorare questioni molto più profonde legate alla mente umana.
Anche la misteriosa X che compare sul collo delle vittime si presta a diverse interpretazioni. Più che una semplice firma lasciata sulla scena del crimine, può essere letta come una frattura, un segno che accompagna la cancellazione dell’identità e lascia emergere qualcosa che fino a quel momento era rimasto nascosto sotto la superficie.
Particolarmente interessante è anche la scelta delle vittime. Gli omicidi non colpiscono persone sconosciute, ma individui che fanno parte della vita quotidiana degli assassini. In questa prospettiva il film lascia aperta la possibilità che Mamiya non crei qualcosa dal nulla, ma faccia emergere sentimenti, rancori e desideri già presenti nelle persone che incontra. Una lettura che rende la vicenda ancora più inquietante perché sposta l’attenzione dal singolo crimine alle fragilità interiori dei personaggi.
Kurosawa evita accuratamente spiegazioni definitive e lascia allo spettatore il compito di completare il quadro. Più che offrire una risposta definitiva, Cure sembra interessato a lasciare aperte diverse possibilità di lettura.

Kōji Yakusho offre una delle interpretazioni più importanti della sua carriera nei panni del detective Takabe. Il suo personaggio cerca ostinatamente di dare una spiegazione razionale a ciò che sta accadendo attorno a lui, ma finisce progressivamente per scontrarsi con qualcosa che sfugge a ogni logica. Yakusho rende credibile questa trasformazione senza mai eccedere, lasciando emergere stanchezza, rabbia e frustrazione attraverso cambiamenti spesso minimi ma sempre percepibili.
Ancora più particolare è il lavoro di Masato Hagiwara nei panni di Mamiya. Il personaggio passa gran parte del film a fare domande, dimenticare informazioni e smarrire continuamente la propria identità. Hagiwara riesce a renderlo inquietante senza ricorrere ai comportamenti tipici del villain cinematografico. Non appare minaccioso, non domina la scena con la forza o con l’aggressività e proprio per questo la sua presenza risulta così difficile da decifrare.
È soprattutto nelle scene condivise da Takabe e Mamiya che emergono molte delle qualità del film. Le loro conversazioni, costruite attorno a domande apparentemente semplici e silenzi carichi di tensione, rappresentano alcuni dei momenti più memorabili dell’intera opera.
Accanto ai due protagonisti, Anna Nakagawa offre una prova intensa nei panni di Fumie Takabe. La fragilità del personaggio e il rapporto con il marito assumono un peso sempre maggiore nel corso del racconto, fino a intrecciarsi con alcuni dei temi più importanti del film legati alla memoria, all’identità e alla perdita di punti di riferimento. Anche Tsuyoshi Ujiki convince nel ruolo dello psicologo Sakuma, figura fondamentale nello sviluppo dell’indagine e nel collegamento tra gli omicidi, il mesmerismo e gli aspetti più enigmatici della vicenda.

Cure è uno di quei film che diventano più interessanti dopo la visione. Dietro la superficie del thriller investigativo si nasconde un’opera che riflette sull’identità, sulla memoria e sulla possibilità che il male non provenga dall’esterno ma sia già presente dentro le persone.
Kiyoshi Kurosawa costruisce un racconto ambiguo e stratificato, capace di lasciare domande aperte senza trasformare l’incertezza in un semplice esercizio di stile. Molte delle interpretazioni possibili convivono senza escludersi a vicenda, contribuendo a rendere il film ancora oggi oggetto di discussione e confronto tra spettatori e critici.
Quando uscì nel 1997 non ottenne immediatamente il riconoscimento internazionale che possiede oggi, ma con il passare degli anni è stato progressivamente rivalutato fino a essere considerato uno dei titoli più influenti del thriller psicologico contemporaneo e una delle opere fondamentali del cinema giapponese degli anni ’90. La sua importanza è legata anche all’influenza esercitata sul successivo sviluppo del J-Horror, contribuendo ad aprire la strada a una nuova stagione del cinema dell’inquietudine giapponese. Un’eredità riconosciuta da autori come Martin Scorsese, Bong Joon-ho e Ari Aster, che hanno espresso la propria ammirazione per il lavoro di Kurosawa. A quasi trent’anni dall’uscita, continua ancora oggi a generare letture e interpretazioni diverse, confermando una ricchezza di significati che difficilmente si esaurisce con una sola visione.
Affascinante, ambiguo e ricco di spunti, trova la sua forza nelle domande che pone più che nelle risposte che offre.
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⚠️ Nota: Al momento non risultano edizioni home video ufficiali italiane disponibili. La sezione verrà aggiornata qualora vengano distribuite future edizioni per il mercato italiano.
Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
