
Regia: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento
Cast: James Franciscus, Karl Malden, Catherine Spaak, Pier Paolo Capponi, Horst Frank, Rada Rassimov, Aldo Reggiani, Carlo Alighiero, Vittorio Congia, Ugo Fangareggi, Tom Felleghy, Emilio Marchisini, Corrado Olmi, Jacques Stany, Cinzia De Carolis, Werner Pochath, Tino Carraro
Genere: Giallo, Thriller
Durata: 90 minuti (Versione cinematografica) – 112 minuti (Versione integrale)
Anno: 1971
Con Il gatto a nove code (1971), secondo capitolo della “trilogia degli animali”, Dario Argento prosegue il percorso iniziato con L’uccello dalle piume di cristallo (1970), scegliendo però una strada diversa. Meno esplosivo e immediato rispetto all’esordio, il film privilegia l’indagine, la costruzione del mistero e la tensione psicologica. Per anni considerato il capitolo meno celebrato della trilogia, è stato progressivamente rivalutato come uno dei gialli più rigorosi e raffinati del primo Argento.
Franco Arnò (Karl Malden), ex giornalista cieco, e la sua nipotina Lori (Cinzia De Carolis) assistono casualmente a una conversazione sospetta che li porta a incrociare una serie di eventi inquietanti. Quando un uomo viene trovato morto e nuovi omicidi iniziano a susseguirsi, Arnò decide di collaborare con il cronista Carlo Giordani (James Franciscus) per fare luce sulla vicenda. L’indagine conduce a un istituto di ricerche genetiche, dove segreti nascosti, ricatti e false piste si intrecciano fino a una rivelazione finale amara e tragica.
Tra i principali sospettati emerge anche Anna Terzi (Catherine Spaak), figura affascinante e sfuggente legata ai misteri che circondano l’istituto e le persone che vi lavorano. Mentre l’indagine si addentra in un intreccio sempre più complesso di segreti e menzogne, Arnò e Giordani si avvicinano a una verità capace di cambiare il significato dell’intera vicenda.

Dario Argento rinuncia qui all’eccesso stilistico del debutto, privilegiando un approccio più investigativo. I movimenti di macchina risultano meno appariscenti rispetto a L’uccello dalle piume di cristallo e vengono messi al servizio dell’indagine, ma il regista continua a lavorare sul tema dello sguardo, destinato a diventare centrale nella sua filmografia. La scelta di utilizzare con maggiore frequenza la soggettiva dell’assassino trasforma la macchina da presa nei suoi occhi, costringendo lo spettatore a condividere la sua prospettiva e a partecipare inconsapevolmente alla violenza.
È una soluzione che crea un interessante contrasto con la cecità di Franco Arnò, personaggio che proprio perché non può vedere è costretto a interpretare la realtà attraverso dettagli, intuizioni e deduzioni. Più che sugli omicidi, Argento concentra quindi la tensione sul rapporto tra ciò che viene osservato e ciò che sfugge alla vista, un tema che tornerà con forza in molte delle sue opere successive.
A differenza di gran parte della sua produzione futura, qui il regista mantiene un approccio più razionale e controllato, costruendo il mistero attraverso la logica dell’indagine e un’insolita attenzione agli aspetti scientifici della vicenda. Il riferimento alla sindrome cromosomica XYY, oggi legato a teorie ampiamente superate, mostra infatti un Argento interessato a inserire nel racconto una componente pseudo-scientifica insolita per il suo cinema. Questa impostazione si riflette anche nell’atmosfera del film, sostenuta dalla fotografia di Erico Menczer, che accentua il senso di inquietudine senza ricorrere a eccessi visivi, e dalla colonna sonora di Ennio Morricone, alla sua seconda collaborazione con Argento dopo L’uccello dalle piume di cristallo. Le sue composizioni accompagnano il racconto con discrezione, amplificando il senso di instabilità che attraversa l’intera vicenda.
Anche per questo Il gatto a nove code occupa un posto particolare nella filmografia del primo Argento: un film di passaggio che rinuncia agli eccessi per affinare strumenti narrativi e ossessioni destinate a diventare il marchio di fabbrica del suo cinema.
La sceneggiatura è di Dario Argento e costruisce il mistero attraverso una fitta rete di indizi, depistaggi e verità nascoste, portando lo spettatore a rimettere continuamente in discussione ciò che crede di aver capito. Ogni personaggio sembra custodire un segreto e ogni nuova scoperta apre piste inattese, alimentando la tensione fino alle battute finali.
Il soggetto nasce invece da un’idea sviluppata dallo stesso Argento insieme a Luigi Collo e Dardano Sacchetti. In alcuni passaggi il meccanismo investigativo si appesantisce leggermente e rallenta il ritmo, ma il film riesce comunque a mantenere vivo l’interesse grazie alla capacità di disseminare dubbi e false piste senza perdere di vista la progressione narrativa.

La coppia formata da Karl Malden e James Franciscus rappresenta il vero punto di forza del film. Malden conferisce ad Arnò una dignità silenziosa e una straordinaria credibilità, trasformando la sua cecità in un elemento centrale del racconto e rendendolo uno dei personaggi più originali del primo Argento. Franciscus, nel ruolo del cronista Carlo Giordani, porta invece energia e dinamismo, diventando il motore dell’indagine senza mai oscurare il carisma del compagno di scena.
Catherine Spaak dona ad Anna Terzi un’ambiguità costante che alimenta dubbi e sospetti fino agli ultimi sviluppi della vicenda. La giovane Cinzia De Carolis, nei panni di Lori, introduce invece momenti di umanità che alleggeriscono la tensione senza spezzarla. Attorno ai protagonisti si muove un cast internazionale che contribuisce a dare al film un respiro più ampio e meno provinciale, caratteristica che avrebbe aiutato Argento a imporsi anche fuori dai confini italiani.

Il titolo Il gatto a nove code nasce da un’idea più evocativa che narrativa. Il riferimento è al cat-o’-nine-tails, il frustino a nove strisce utilizzato in passato come strumento di punizione, ma per Argento rappresentava soprattutto le numerose piste investigative che si intrecciano nel racconto. Nove possibili indizi, nove direzioni da seguire, nove “code” che conducono verso la verità. Un’immagine suggestiva che riflette perfettamente la struttura del film e il suo continuo gioco di depistaggi.
Non possiede l’impatto rivoluzionario dell’esordio né l’esplosione stilistica che caratterizzerà i lavori successivi di Argento, ma resta un tassello fondamentale della sua evoluzione artistica. Più controllato, razionale e investigativo, è un giallo che costruisce la tensione attraverso l’osservazione, il dubbio e la ricerca della verità. Un film meno appariscente rispetto ad altri titoli della sua filmografia, ma ancora oggi capace di mostrare il talento di un autore che stava affinando il linguaggio destinato a renderlo uno dei grandi maestri del giallo italiano.
Non ha l’impatto del debutto, ma resta un giallo intelligente, teso e ben costruito. Un tassello importante nell’evoluzione del primo Argento.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
