
Titolo originale: The Devil’s Advocate
Regia: Taylor Hackford
Sceneggiatura: Tony Gilroy, Jonathan Lemkin
Cast: Keanu Reeves, Al Pacino, Charlize Theron, Jeffrey Jones, Judith Ivey, Craig T. Nelson, Connie Nielsen, Tamara Tunie
Genere: Thriller, Drammatico, Fantastico
Durata: 143 minuti
Anno: 1997
Ambizione, potere, successo. A volte la tentazione non arriva con le corna e il forcone, ma con un sorriso elegante e una carriera pronta a decollare. L’avvocato del diavolo (1997) sviluppa proprio questa idea: il male non ha bisogno di nascondersi troppo, perché spesso siamo noi ad aprirgli la porta. Non è un caso che il film culmini con una frase rimasta nella memoria degli spettatori: «La vanità… decisamente il mio peccato preferito.» Una battuta che racchiude perfettamente il senso dell’intera storia.
Più che un horror soprannaturale, L’avvocato del diavolo è un thriller giudiziario che riflette sul fascino del potere, sul libero arbitrio e sulla facilità con cui l’ambizione può trasformarsi nella nostra più grande debolezza.
Kevin Lomax (Keanu Reeves) è un giovane avvocato della Florida con un talento fuori dal comune: non ha mai perso una causa. Dopo aver difeso un cliente influente come Alexander Cullen (Craig T. Nelson), la sua fama gli apre le porte di un prestigioso studio legale di New York guidato dal carismatico John Milton (Al Pacino). Per Kevin è l’occasione della vita: denaro, successo e una carriera che sembra destinata a non conoscere ostacoli.
Trasferitosi a Manhattan con la moglie Mary Ann (Charlize Theron), Kevin entra in un mondo fatto di potere, lusso e processi miliardari. Ma mentre la sua carriera cresce rapidamente, la vita privata inizia a sgretolarsi. Mary Ann si sente sempre più isolata e tormentata da presenze e visioni inquietanti, mentre Milton osserva Kevin con un interesse che va ben oltre quello professionale.
Poco alla volta diventa chiaro che lo studio legale e il suo enigmatico fondatore nascondono una verità molto più inquietante di quanto Kevin possa immaginare.

Taylor Hackford dirige il film mantenendosi in equilibrio tra thriller giudiziario, dramma soprannaturale e incursioni horror. Mette al centro il mondo del diritto, trasformando il tribunale nel luogo in cui si confrontano ambizione, potere e morale. Gli elementi più oscuri vengono dosati con equilibrio, lasciando che il senso di inquietudine cresca lentamente attraverso dialoghi, atmosfere e situazioni sempre più disturbanti.
New York diventa quasi un personaggio del film: grattacieli, uffici lussuosi e appartamenti eleganti fanno da sfondo a una storia che parla di ambizione e tentazione. La fotografia di Andrzej Bartkowiak contribuisce a rendere questi ambienti sempre più freddi e opprimenti, rafforzando il senso di inquietudine che attraversa l’intero racconto.
Hackford dosa gli elementi soprannaturali per gran parte del film, lasciando che il male emerga poco alla volta attraverso i dialoghi, le scelte dei personaggi e un’atmosfera sempre più inquietante. Solo nell’ultima parte abbraccia una messa in scena più visionaria, accompagnando lo spettatore fino a un finale in cui la componente soprannaturale emerge in tutta la sua forza senza rompere l’equilibrio costruito fino a quel momento.

La sceneggiatura, scritta da Jonathan Lemkin e Tony Gilroy, è tratta dall’omonimo romanzo di Andrew Neiderman. Utilizzando la struttura del thriller giudiziario, il film racconta qualcosa di più ampio: la seduzione del potere e la facilità con cui si possono superare certi limiti quando il successo diventa l’unica cosa che conta.
Il tema centrale è chiaro: il male non costringe, suggerisce. Offre opportunità, spinge verso scelte sempre più ambigue, lasciando che sia l’uomo a compiere il passo decisivo. In questo senso, la storia richiama il mito di Faust, sostituendo il classico patto con il diavolo con una tentazione più sottile, fatta di carriera, prestigio e ambizione.
Più che raccontare il diavolo, il film racconta l’uomo e la sua capacità di scegliere il proprio fallimento. È una riflessione sul libero arbitrio, sulla responsabilità individuale e sulla vanità, vista come la porta d’ingresso attraverso cui il male riesce a insinuarsi. Non a caso tutto converge nel celebre monologo finale di John Milton, che racchiude il significato dell’intera storia e culmina in una delle battute più iconiche del film: «La vanità… decisamente il mio peccato preferito.»

Il film è ricordato soprattutto per la straordinaria prova di Al Pacino. Il suo John Milton è elegante, ironico e magnetico. Pacino domina la scena con un’interpretazione intensa e teatrale, regalando al personaggio un carisma capace di renderlo affascinante quanto inquietante. Il lungo monologo finale rappresenta il momento in cui tutte queste caratteristiche raggiungono il loro apice.
Il personaggio funziona anche per un altro motivo: Milton non mente quasi mai. Parla apertamente di tentazione, libero arbitrio e natura umana, ma lo fa in modo così provocatorio che Kevin non lo prende mai davvero sul serio. È proprio su questa debolezza che costruisce la propria opera di seduzione. Per prepararsi al ruolo, Al Pacino si ispirò più a grandi avvocati e uomini di potere che alla classica figura del diavolo cinematografico. L’obiettivo era evitare un demone minaccioso e creare invece una presenza affascinante e intelligente, capace di sedurre con il ragionamento e con il carisma.
Una curiosità riguarda proprio il casting: per permettere alla produzione di ingaggiare Al Pacino, Keanu Reeves accettò di ridurre sensibilmente il proprio compenso, rinunciando a parte del cachet pur di recitare al fianco di uno degli attori che più ammirava.
Keanu Reeves interpreta Kevin Lomax come un uomo travolto dal proprio talento e dalle occasioni che gli si presentano davanti. Il personaggio parte sicuro di sé ma si ritrova progressivamente intrappolato in un gioco molto più grande di lui. Charlize Theron, nel ruolo di Mary Ann, offre una delle interpretazioni più intense della sua carriera iniziale, accompagnando il personaggio in un lento e doloroso crollo psicologico fatto di isolamento, instabilità e visioni sempre più inquietanti, in un ambiente che diventa via via più ostile e opprimente.

L’avvocato del diavolo riesce a fondere il thriller giudiziario con il soprannaturale, dando vita a una storia che va ben oltre il semplice scontro tra bene e male. Pur ricorrendo a momenti visionari, il film mantiene sempre al centro i suoi personaggi e le conseguenze delle loro scelte. A distanza di anni continua a distinguersi per la forza delle sue interpretazioni, per l’equilibrio tra tensione e dramma e per un finale che continua ad alimentare riflessioni ben oltre i titoli di coda.
Il confronto tra Kevin e Milton non offre una semplice battaglia tra bene e male, ma invita a riflettere sul prezzo delle proprie ambizioni e su quanto sia facile sacrificare i propri principi in nome del successo.
Un thriller sulla vanità, sull’ambizione e sul prezzo del successo, sostenuto da un grande Al Pacino.
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Il Collezionista di Cinema
