
Titolo originale: The Accountant
Regia: Gavin O’Connor
Sceneggiatura: Bill Dubuque
Cast: Ben Affleck, Anna Kendrick, J. K. Simmons, Jon Bernthal, Cynthia Addai-Robinson, Jeffrey Tambor, John Lithgow
Genere: Azione, Drammatico, Thriller
Durata: 128 minuti
Anno: 2016
Chi è davvero Christian Wolff? Un genio della matematica o un killer meticoloso? Probabilmente entrambe le cose. Per lui numeri, persone e pericoli appartengono allo stesso sistema: elementi da analizzare, mettere in ordine e, quando necessario, eliminare. Affronta un bilancio irregolare e un uomo armato con la stessa freddezza, seguendo regole precise che nessun altro conosce fino in fondo.
Christian Wolff (Ben Affleck) è un genio matematico che gestisce una piccola società di contabilità nell’Illinois. L’attività è però soltanto una copertura: dietro incarichi apparentemente ordinari, lavora per alcune delle più pericolose organizzazioni criminali internazionali, ricostruendone i movimenti di denaro e individuando irregolarità difficili da scoprire. La sua capacità di riconoscere schemi e risolvere calcoli complessi emerge fin dall’infanzia. Dopo la diagnosi della sindrome di Asperger, Christian cresce con un padre militare convinto che proteggerlo significherebbe renderlo più vulnerabile. Lui e il fratello minore vengono così sottoposti a una rigida preparazione fisica e mentale, imparando ad affrontare le difficoltà attraverso la disciplina, il controllo e il combattimento.
Nel presente, Christian riceve l’incarico di controllare i conti della Living Robotics, dove la giovane contabile Dana Cummings (Anna Kendrick) ha scoperto alcune discrepanze. Analizzando i documenti finanziari, Wolff individua un ammanco di 61 milioni di dollari. Prima che possa risalire al responsabile, però, uno dei dirigenti dell’azienda muore e l’indagine viene improvvisamente interrotta. Christian decide di continuare a seguire il denaro insieme a Dana, attirando l’attenzione di alcuni uomini armati incaricati di eliminare chiunque possa ricostruire l’operazione. Quando anche la ragazza diventa un bersaglio, è costretto a mostrare capacità che vanno ben oltre quelle di un semplice contabile.
Intanto Raymond King (J.K. Simmons), direttore della Financial Crimes Enforcement Network, affida all’analista Marybeth Medina (Cynthia Addai-Robinson) il compito di identificare Wolff. Mentre l’indagine del Dipartimento del Tesoro si avvicina alla sua vera identità, la ricerca dei milioni scomparsi conduce Christian verso un confronto nel quale tornano a emergere alcuni legami irrisolti del suo passato.

Gavin O’Connor dirige le scene d’azione privilegiando la chiarezza. I combattimenti non vengono spezzati da un montaggio frenetico e, anche durante l’assalto finale, la posizione di Christian rispetto agli avversari rimane sempre comprensibile. La violenza è rapida, ravvicinata e priva di compiacimento: Wolff individua il bersaglio, lo elimina e passa immediatamente al successivo. È un modo di girare coerente con un personaggio che non combatte spinto dalla rabbia, ma applica alla violenza la stessa precisione utilizzata nell’analisi di un bilancio.
Fuori dalle sequenze d’azione, però, la regia diventa più convenzionale. I passaggi tra il presente e l’infanzia di Christian sono chiari, ma affidati a soluzioni piuttosto tradizionali, mentre l’indagine finanziaria e quella del Dipartimento del Tesoro procedono spesso come blocchi separati. Le abitudini di Christian vengono mostrate insistendo sulla ripetizione degli stessi gesti e sulla rigidità degli ambienti in cui vive, mentre il resto del film ricorre a soluzioni visive più comuni e meno riconoscibili.

La sceneggiatura di Bill Dubuque parte da un’idea insolita: trasformare un contabile in un protagonista action senza separare le due parti della sua vita. Christian affronta un bilancio e un avversario seguendo lo stesso procedimento mentale: osserva ciò che ha davanti, riconosce uno schema ed elimina tutto quello che gli impedisce di arrivare alla soluzione. Il racconto unisce thriller finanziario, action e dramma familiare, ma non dedica a ogni parte la stessa attenzione. La frode della Living Robotics perde importanza quando entrano in gioco gli uomini incaricati di fermare Wolff, mentre Dana, inizialmente legata a lui dalla stessa passione per i numeri, nella seconda metà diventa soprattutto qualcuno da proteggere.
I flashback spiegano in maniera molto diretta perché Christian si comporti in un determinato modo. La disciplina, la resistenza fisica e la difficoltà nel creare legami vengono ricondotte all’educazione ricevuta dal padre, lasciando allo spettatore poco da interpretare. Anche le conseguenze del suo lavoro vengono affrontate solo in parte: Wolff collabora con organizzazioni criminali, nasconde movimenti di denaro e uccide con estrema efficienza, ma il film gli attribuisce regole personali che finiscono per collocarlo dalla parte giusta. La possibilità di raccontare un protagonista difficile da giudicare viene così abbandonata a favore di una figura più vicina al giustiziere.
Le rivelazioni finali sono anticipate da indizi abbastanza riconoscibili e alcuni collegamenti appaiono costruiti soprattutto per riunire le diverse linee narrative. Il confronto conclusivo funziona grazie al rapporto personale che viene rivelato, ma risolve troppo rapidamente un conflitto rimasto aperto per anni. Il film arriva così a una chiusura nella quale ogni personaggio trova il proprio posto, perdendo però parte della complessità suggerita nella prima metà.

Se la sceneggiatura spiega Christian fin troppo, Ben Affleck sceglie invece di mostrarlo il meno possibile. Nel ruolo di Wolff limita quasi del tutto le variazioni della voce e dell’espressione. Il personaggio evita il contatto visivo, soffia sulle dita prima di toccare alcuni oggetti e irrigidisce il corpo quando qualcuno interrompe le sue abitudini. Affleck non insiste su questi gesti per richiamare continuamente l’attenzione sulla condizione di Christian, ma li inserisce nelle azioni quotidiane. La differenza si nota nelle scene con Dana: quando la conversazione si sposta sui numeri, Wolff accelera improvvisamente il discorso e mostra un entusiasmo che nei rapporti personali non riesce a esprimere. L’interpretazione rimane però molto uniforme e, con il procedere della storia, il confine tra il controllo del personaggio e la scarsa varietà della recitazione diventa sottile.
Anna Kendrick introduce un modo di parlare più rapido e informale, riempiendo i silenzi lasciati da Christian senza trasformarli continuamente in battute. L’intesa tra i due nasce soprattutto quando Dana riconosce la logica dei suoi calcoli e Wolff capisce di avere davanti qualcuno capace di seguirlo. In quei momenti Affleck e Kendrick costruiscono una vicinanza credibile senza trasformarla in una storia sentimentale dichiarata. Quando l’indagine finanziaria lascia spazio all’azione, però, Dana perde autonomia e Kendrick rimane confinata nel ruolo della persona da proteggere. J.K. Simmons e Cynthia Addai-Robinson occupano invece la parte più espositiva del racconto: Ray King conosce già molti elementi del passato di Wolff, mentre Marybeth Medina deve scoprirli e porre le domande necessarie allo spettatore. Entrambi rendono comprensibili i numerosi passaggi dell’indagine, ma la sceneggiatura concede loro poco oltre questa funzione.
Jon Bernthal interpreta Braxton, il fratello minore di Christian, dal quale è rimasto separato per molti anni. L’attore costruisce il personaggio in opposizione a quello di Affleck: parla durante le minacce, si muove continuamente attorno agli interlocutori e alterna aggressività e ironia anche nelle situazioni più violente. Christian riduce ogni gesto allo stretto necessario; Braxton, al contrario, occupa fisicamente la scena e cerca una reazione in chi ha davanti. Nel confronto conclusivo Bernthal abbandona gradualmente la sicurezza mostrata fino a quel momento, rendendo credibile il passaggio dalla provocazione allo smarrimento. È proprio la differenza nel modo di parlare, muoversi e reagire a dare forza all’incontro tra i due fratelli, più della rivelazione preparata dalla sceneggiatura.

The Accountant convince soprattutto quando tratta numeri e violenza come parti dello stesso procedimento. Christian riempie pareti di calcoli, ripete ogni giorno gli stessi gesti e affronta gli avversari con identica precisione. Sono questi momenti a distinguerlo da un comune protagonista action, aiutati dalla rigidità fisica e vocale con cui Ben Affleck interpreta Christian e da combattimenti nei quali è sempre possibile seguire ciò che accade.
Il limite emerge quando la frode della Living Robotics passa in secondo piano e il film cerca di collegare ogni personaggio attraverso le rivelazioni finali. Il lavoro svolto da Christian per le organizzazioni criminali solleva questioni che vengono presto accantonate, Dana perde importanza e il rapporto con Braxton viene concentrato quasi interamente nell’ultimo confronto. La storia riesce a chiudere tutti i collegamenti, ma lo fa rendendo Wolff più vicino a un giustiziere convenzionale di quanto la premessa lasciasse immaginare.
Il film presenta Christian come un uomo che protegge i conti delle organizzazioni criminali e uccide senza esitazione, ma finisce per giudicarlo quasi soltanto attraverso la colpevolezza dei suoi bersagli. Il personaggio conserva così il proprio fascino, mentre le sue responsabilità rimangono in gran parte fuori dal racconto.
Un thriller d’azione insolito, capace di unire contabilità e violenza, più efficace nell’intrattenere che nell’approfondire le proprie idee.
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Il Collezionista di Cinema
