The Alto Knights – I due volti del crimine (2025)

SCHEDA TECNICA

Titolo originale: The Alto Knights

Regia: Barry Levinson

Sceneggiatura: Nicholas Pileggi

Cast: Robert De Niro, Debra Messing, Cosmo Jarvis, Kathrine Narducci, Michael Rispoli

Genere: Biografico, Gangster, Drammatico, Crime

Durata: 123 minuti

Anno: 2025

Quando un film annuncia Robert De Niro in un doppio ruolo da boss mafioso sotto la regia di Barry Levinson e la sceneggiatura firmata da Nicholas Pileggi, autore del libro e co-sceneggiatore di Quei bravi ragazzi (1990), l’aspettativa schizza inevitabilmente alle stelle.

The Alto Knights – I due volti del crimine (2025), basato su fatti reali, parte infatti da premesse di grande richiamo: due figure centrali della criminalità organizzata americana e soprattutto De Niro nuovamente immerso in quell’universo che ha segnato alcune delle interpretazioni più importanti della sua carriera.

TRAMA

Nella New York degli anni ’50, Frank Costello (Robert De Niro) e Vito Genovese (Robert De Niro) si ritrovano su fronti opposti nella lotta per il controllo della mafia newyorkese.

Dopo essere sopravvissuto a un attentato, Costello decide di farsi da parte, ma Genovese continua a considerarlo una minaccia. Tra sospetti, tradimenti e nuovi equilibri di potere, la rivalità tra i due si intensifica fino a coinvolgere alcune delle figure più importanti della criminalità americana e a culminare negli eventi legati alla celebre riunione di Apalachin del 1957.

Frank Costello e Vito Genovese interpretati da Robert De Niro in The Alto Knights - I due volti del crimine.

Barry Levinson sceglie una regia estremamente classica, quasi d’altri tempi, coerente con il tipo di gangster movie che vuole raccontare. Non cerca l’azione esasperata e non trasforma la storia in una continua successione di sparatorie e regolamenti di conti, preferendo concentrarsi sui dialoghi, sugli incontri tra i personaggi e soprattutto sul rapporto tra Costello e Genovese.

L’intenzione è interessante: raccontare la mafia attraverso il deterioramento di un’amicizia. Il problema è che i confronti tra i due boss raramente raggiungono la tensione che una rivalità del genere avrebbe richiesto, mentre alcuni degli avvenimenti più importanti vengono liquidati con troppa rapidità, quasi fossero semplici passaggi necessari per arrivare al momento successivo.

Levinson inserisce inoltre fotografie e materiale d’archivio, dando in alcuni momenti al film un’impronta quasi documentaristica. Una scelta che sottolinea la natura reale della vicenda, ma che contribuisce anche a rendere il racconto più freddo e distaccato.

Dal punto di vista visivo, invece, il film è curato. La fotografia di Dante Spinotti accompagna una ricostruzione credibile della New York degli anni ’50, mentre scenografie e costumi restituiscono con efficacia l’atmosfera dell’epoca. Tutto funziona, ma quello che manca è il guizzo.

Scena notturna nella New York degli anni ’50 in The Alto Knights - I due volti del crimine

Ed è soprattutto nella sceneggiatura che I due volti del crimine mostra i suoi limiti maggiori. Un problema ancora più evidente considerando che a firmarla è Nicholas Pileggi, nome inevitabilmente legato a Quei bravi ragazzi e Casinò (1995) e profondo conoscitore dell’universo criminale americano. Il materiale a disposizione era enorme, ma il racconto rimane spesso in superficie.

Il contesto storico c’è, però viene fornito in maniera troppo frammentaria: date, personaggi ed eventi si susseguono senza che venga sempre chiarita la loro reale importanza, quasi dando per scontato che lo spettatore conosca già uomini, gerarchie e rapporti di potere. È un limite evidente soprattutto quando entrano in scena figure come Albert Anastasia, Carlo Gambino, Tommy Lucchese e Vincent Gigante, tutt’altro che marginali nella storia della criminalità organizzata americana, ma qui spesso ridotte a presenze di passaggio. Lo stesso vale per la celebre riunione di Apalachin del 1957, un evento di enorme portata che il film attraversa troppo in fretta senza riuscire a restituirne davvero l’importanza.

Il limite più pesante resta comunque il rapporto tra Costello e Genovese. Il film ci mostra parte del loro passato e ci racconta come due uomini un tempo vicini siano arrivati allo scontro, ma raramente riesce a far percepire fino in fondo il peso di quella rottura. Ed è un problema non da poco, considerando che proprio la fine della loro amicizia dovrebbe rappresentare il cuore della storia.

La narrazione corre troppo nei momenti che avrebbero bisogno di maggiore approfondimento e, al contrario, si dilunga in altri senza riuscire sempre a trasformare i dialoghi in tensione. Il risultato è una storia piena di eventi, uomini e rapporti di potere che finisce per sembrare molto meno ricca di quanto sia realmente.

La riunione di Apalachin del 1957 in The Alto Knights - I due volti del crimine

La scelta più particolare del film è naturalmente quella di affidare sia Frank Costello sia Vito Genovese a Robert De Niro. Una decisione che funziona solo in parte, non certo per colpa dell’attore. De Niro compie infatti un vero lavoro di caratterizzazione per separare i due personaggi: Costello è più misurato, controllato e riflessivo, mentre Genovese appare più nervoso, impulsivo e aggressivo. Non cambiano soltanto il trucco e l’aspetto fisico, ma anche voce, postura e gestualità.

La decisione di affidargli entrambi i ruoli, tra l’altro, non era scontata fin dall’inizio. Durante lo sviluppo del progetto De Niro era stato pensato soprattutto per interpretare Frank Costello, mentre per Vito Genovese vennero valutati altri attori, tra cui persino Al Pacino. Solo in seguito prese forma l’idea di affidare entrambi i personaggi a De Niro, trasformando il film in una sfida interpretativa che non aveva mai affrontato prima. Sapere che inizialmente si pensava a due attori distinti rende però inevitabile la domanda: era davvero necessario? Un altro interprete di peso avrebbe probabilmente creato un contrasto più forte tra i due boss, e pensare alla possibilità di vedere De Niro e Pacino uno di fronte all’altro aumenta inevitabilmente il rimpianto.

Dal punto di vista tecnico, comunque, il risultato funziona. Nelle scene in cui Costello e Genovese si trovano faccia a faccia, De Niro recita con una controparte per poi tornare sulla stessa scena nei panni dell’altro personaggio. Il meccanismo non distrae mai davvero, anche se nella caratterizzazione di Genovese il trucco e alcuni atteggiamenti volutamente molto marcati rischiano a tratti di spingerlo verso la caricatura.

Il cast di supporto rimane invece schiacciato dalla doppia presenza del protagonista. Debra Messing interpreta Bobbie Costello, mentre Cosmo Jarvis veste i panni di Vincent Gigante; accanto a loro troviamo, tra gli altri, Kathrine Narducci e Michael Rispoli. Il problema non è tanto nella qualità degli interpreti quanto nello spazio concesso loro: molti personaggi entrano nella storia, svolgono la propria funzione e scompaiono senza avere il tempo necessario per imporsi davvero. Alla fine tutto torna a Robert De Niro, che resta il vero punto di forza del film.

Robert De Niro nei due ruoli di Vito Genovese e Frank Costello in The Alto Knights - I due volti del crimine
Robert De Niro nei panni di Vito Genovese, a sinistra, e Frank Costello, a destra, in The Alto Knights – I due volti del crimine.

The Alto Knights – I due volti del crimine lascia soprattutto il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere. Le premesse erano enormi: una storia vera ricchissima di avvenimenti, due figure centrali della mafia americana, un regista premio Oscar, uno sceneggiatore profondamente legato al genere e Robert De Niro chiamato addirittura a interpretare entrambi i protagonisti.

Eppure il risultato rimane sorprendentemente modesto. Il film non è privo di qualità: la ricostruzione storica funziona, l’atmosfera degli anni ’50 è credibile e De Niro dimostra ancora una volta di possedere carisma e padronanza del mestiere. Ma manca il mordente.

Manca soprattutto quella profondità necessaria per trasformare Costello e Genovese in due personaggi davvero memorabili. La scelta di concentrare il racconto soprattutto sul loro rapporto personale avrebbe potuto rappresentare il vero punto di forza del film, ma proprio quel rapporto non viene approfondito abbastanza. Allo stesso tempo, il contesto storico rimane troppo sullo sfondo rispetto alla ricchezza degli eventi reali.

Alla fine resta un gangster movie dignitoso, elegante e sicuramente guardabile, ma troppo superficiale e poco incisivo rispetto alle sue enormi potenzialità. Robert De Niro fa il suo. Anzi, ne fa letteralmente due. Ma questa volta nemmeno due De Niro bastano a portare il film oltre una dignitosa sufficienza.

TRAILER
Il mio voto
6/10

De Niro tiene in piedi il film, ma la storia di Costello e Genovese avrebbe meritato ben altro peso. Si lascia guardare senza annoiare, ma con premesse del genere il rimpianto resta inevitabile.

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Alla prossima visione,

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