
Titolo originale: Bring Her Back
Regia: Danny Philippou, Michael Philippou
Sceneggiatura: Danny Philippou, Bill Hinzman
Cast: Billy Barratt, Sora Wong, Jonah Wren Phillips, Sally Hawkins
Genere: Horror
Durata: 104 minuti
Anno: 2025
Il dolore non rende necessariamente migliori. Può consumare, deformare l’amore e trasformare il bisogno di trattenere chi non c’è più in qualcosa di pericoloso. Dopo il sorprendente Talk to Me (2022), i fratelli Danny e Michael Philippou tornano con Bring Her Back – Torna da me (2025), spostando il loro cinema verso un horror più intimo, cupo e soffocante. Questa volta osservano le conseguenze di chi rifiuta di lasciar andare il passato, fino a coinvolgere e travolgere anche chi è ancora vivo.
La morte improvvisa del padre lascia il diciassettenne Andy (Billy Barratt) e la sorellastra Piper (Sora Wong), ipovedente, senza familiari in grado di occuparsi di loro. Mancano soltanto tre mesi alla maggiore età del ragazzo, intenzionato a ottenere la custodia di Piper, ma nel frattempo entrambi vengono affidati a Laura (Sally Hawkins), un’ex consulente sociale dal carattere eccentrico e apparentemente premuroso.
Nella nuova casa vive anche Oliver (Jonah Wren Phillips), un bambino muto che manifesta comportamenti inquietanti. Laura sostiene che abbia smesso di parlare dopo la morte della figlia Cathy (Mischa Heywood), cieca e annegata nella piscina del giardino. La donna sviluppa subito una particolare attenzione verso Piper, mentre tratta Andy con crescente diffidenza. Quando nella casa iniziano a verificarsi episodi inspiegabili e il comportamento di Oliver diventa sempre più disturbante, il ragazzo comincia a sospettare che Laura stia nascondendo qualcosa legato alla morte della figlia e agli strani filmati che guarda di nascosto.

A differenza di Talk to Me, costruito come un party horror attraversato da un’energia frenetica, Bring Her Back – Torna da me riduce il numero dei personaggi e concentra quasi tutta l’azione nella casa di Laura. Danny e Michael Philippou scelgono un ritmo più lento e progressivo, dedicando maggiore spazio alla convivenza nella casa prima che il rituale mostri la propria natura. La disposizione dei personaggi all’interno della casa riflette il progressivo isolamento di Andy: il ragazzo rimane spesso escluso dalle stanze e dalle conversazioni tra Laura e Piper, mentre porte e corridoi limitano ciò che riesce a osservare.
Le inquadrature ravvicinate e la ridotta profondità di campo isolano i personaggi, lasciando spesso indistinto ciò che si trova alle loro spalle e impedendo allo spettatore di avere una visione completa degli ambienti. La fotografia di Aaron McLisky modifica lo sguardo in base al personaggio seguito: le immagini legate ad Andy appaiono più nitide, mentre quelle vicine a Piper presentano sfocature, aloni e zone meno definite che avvicinano lo spettatore alla sua esperienza visiva. Con Laura, invece, la perdita di nitidezza ai bordi e il bokeh circolare concentrano l’immagine intorno al personaggio. Quando la prospettiva appartiene a Oliver, l’uso dello zoom restringe l’attenzione su Piper, rendendola il centro di una minaccia ancora difficile da comprendere.
Il cerchio attraversa l’intera messa in scena: delimita la proprietà, ritorna nel rituale e compare al centro della piscina, richiamando un dolore incapace di trovare una conclusione. La piscina, inizialmente vuota e poi lentamente riempita dalla pioggia, occupa il cuore della casa e conserva il ricordo della morte di Cathy. I filmati sgranati del rituale spezzano invece la continuità visiva con immagini sporche e frammentarie, introducendo le tracce di un orrore già avvenuto senza offrirne subito una spiegazione completa.
A rendere alcune sequenze realmente difficili da sostenere è soprattutto la combinazione tra effetti pratici e suono. I Philippou restituiscono peso e consistenza alla violenza attraverso protesi, denti finti, una testa artificiale e oggetti preparati per spezzarsi davanti alla macchina da presa. Il sound design di Emma Bortignon amplifica contatti, respiri e movimenti corporei, impedendo allo spettatore di sottrarsi alla scena anche quando distoglie lo sguardo. Il rumore del metallo contro i denti e quello dei morsi sul legno mantengono intatta la violenza delle immagini.

La sceneggiatura di Danny Philippou e Bill Hinzman costruisce il conflitto sul tentativo di Laura di separare Andy da Piper, inserendo il rituale all’interno di una situazione di affidamento familiare. La donna sviluppa verso Piper un attaccamento legato alla figlia perduta e comprende che Andy rappresenta l’unico ostacolo alla possibilità di trattenerla con sé. Sfrutta quindi il passato del ragazzo, provoca le sue reazioni e modifica il racconto degli avvenimenti per farlo apparire instabile agli occhi della sorella e degli assistenti sociali. Il suo ruolo di affidataria rende questa manipolazione ancora più efficace: conosce le fragilità dei due ragazzi e sa che Andy, non ancora maggiorenne, dovrà aspettare tre mesi prima di poter chiedere la custodia della sorella. Ogni sua reazione può essere utilizzata contro di lui e compromettere questo progetto. Il film mette così in relazione la violenza che Andy subiva dal padre con quella esercitata da Laura: la prima era fisica e diretta, la seconda passa attraverso l’isolamento, il ricatto emotivo e la costruzione di una versione dei fatti difficile da smentire.
La morte di Cathy spiega l’origine dell’ossessione di Laura senza attenuare la responsabilità delle sue scelte. La donna non vede Piper come una persona autonoma, ma sovrappone alla ragazza il ricordo di Cathy e cerca di assegnarle il posto lasciato vuoto dalla figlia. Il rapporto tra Andy e Piper costituisce invece il centro emotivo della storia. Il ragazzo vuole proteggerla e diventare legalmente responsabile di lei, ma è abituato a descrivere ciò che la sorella non riesce a vedere e a intervenire nelle sue decisioni, mentre Piper vuole muoversi e scegliere con maggiore autonomia. Il loro rapporto nasce quindi da un affetto profondo, ma anche da due esigenze che non sempre coincidono.
Piper frequenta la scuola, pratica il goalball e rivendica la possibilità di muoversi senza dipendere continuamente dal fratello. La sua ipovisione non serve quindi soltanto a renderla vulnerabile al piano di Laura, mentre la somiglianza con Cathy diventa il punto sul quale si concentra l’ossessione della donna. Anche Oliver, inizialmente presentato come una presenza minacciosa, assume gradualmente una posizione diversa: i suoi gesti più terribili appartengono a un bambino che non controlla più il proprio corpo, rendendolo contemporaneamente pericoloso e bisognoso di aiuto. Le regole del rituale emergono dai filmati che Laura guarda in momenti diversi: ogni nuova porzione della videocassetta introduce il passaggio necessario per proseguire, collegando la possessione di Oliver, il confine tracciato intorno alla casa e il ruolo assegnato a Piper. Il procedimento mantiene nascosto il piano della donna per buona parte del film, ma finisce anche per trasformare la registrazione in un comodo manuale capace di fornire ogni informazione nel momento esatto in cui serve.

Con Sally Hawkins, i Philippou rovesciano il calore rassicurante associato a interpretazioni come quelle di La felicità porta fortuna (2008) e Paddington (2014). Laura entra subito in confidenza con i ragazzi, ride più del necessario, si avvicina continuamente a loro e tratta ogni conversazione come se esistesse già un rapporto familiare. Hawkins rende invadenti gesti che, presi singolarmente, potrebbero sembrare affettuosi. Le riprese, svolte per quanto possibile in ordine cronologico, le hanno permesso di modificare gradualmente il modo in cui Laura si rivolge ai ragazzi, soprattutto quando Andy comincia a opporsi al suo piano. Nei confronti con Andy, Hawkins passa dal tono confidenziale alle minacce mantenendo Laura lucida e calcolatrice: il dolore per la figlia e la precisione con cui manipola i ragazzi rimangono presenti nello stesso personaggio.
Billy Barratt interpreta Andy attraverso un nervosismo costante, visibile nel modo rapido di parlare e nelle reazioni che fatica a controllare quando Laura lo provoca. L’attore britannico ha lavorato sull’accento australiano e ha costruito con Sora Wong il rapporto tra i due fratelli attraverso prove e attività svolte insieme fuori dal set. Nelle scene condivise, Andy guida la sorella, le descrive gli ambienti e interviene spesso prima che possa rispondere, mostrando nello stesso gesto protezione e bisogno di controllo. La rabbia con cui cerca di denunciare Laura finisce così per renderlo meno credibile agli occhi degli adulti. Sora Wong, realmente ipovedente e alla prima esperienza professionale, porta nel personaggio comportamenti legati alla propria esperienza, dal modo di orientarsi negli spazi al rifiuto di essere aiutata quando non lo ritiene necessario. La sua Piper risponde al fratello, ne contesta le decisioni e rivendica un’autonomia che Andy fatica a concederle.
Jonah Wren Phillips offre l’interpretazione più disturbante del film, pronunciando pochissime parole e costruendo Oliver attraverso immobilità, postura e reazioni fisiche. Già nel provino aveva lavorato senza dialoghi, lasciandosi cadere a terra e affidando al corpo l’intera scena. Nel film alterna lunghi momenti di assenza a convulsioni e gesti autolesionisti, sostenendo anche il pesante trucco prostetico utilizzato per mostrare il deterioramento del personaggio. La trasformazione non cancella mai completamente il bambino: dietro lo sguardo fisso e i movimenti incontrollati rimane qualcuno cosciente della propria prigionia, soprattutto nei brevi momenti in cui riesce a chiedere aiuto.


Bring Her Back – Torna da me dimostra che Danny e Michael Philippou sanno cambiare registro senza rinunciare alla brutalità del loro cinema. Se in Talk to Me il contatto con i morti nasceva come un gioco di gruppo tra adolescenti e diventava per Mia un mezzo per cercare la madre, qui tutto viene concentrato in un’adulta che controlla la casa e sfrutta il proprio ruolo di affidataria per separare due fratelli. La componente più inquietante non dipende quindi dal demone, ma dalla facilità con cui Laura riesce a trasformare la propria autorità in uno strumento contro Andy e Piper.
La videocassetta rende alcuni passaggi del rituale troppo funzionali, fornendo le indicazioni necessarie proprio quando la storia ne ha bisogno, mentre il finale accumula sofferenza fisica fino a rischiare di ridurne l’impatto. Il film conserva però una direzione precisa: per riportare indietro Cathy, Laura deve cancellare l’identità e la volontà dei ragazzi affidati alle sue cure. È in questa deformazione dell’amore materno, più che nella possessione, che Bring Her Back – Torna da me trova la sua idea più feroce.
Un horror cupo e spietato, che lascia dentro molta più inquietudine che paura.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
