
Regia: Sergio Martino
Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi, Sergio Martino
Cast: Suzy Kendall, Tina Aumont, Luc Merenda, John Richardson, Roberto Bisacco, Ernesto Colli, Angela Covello, Carla Brait, Conchita Airoldi, Luciano Bartoli, Carlo Alighiero
Genere: Giallo, Thriller, Horror
Durata: 90 minuti
Anno: 1973
Classificazione: V.M. 18
I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973) di Sergio Martino è uno dei vertici del giallo all’italiana dei primi anni ’70 e un passaggio fondamentale nella sua evoluzione verso lo slasher. Insieme a Reazione a catena (1971) di Mario Bava, anticipa dinamiche che pochi anni dopo diventeranno centrali nel cinema americano con Halloween e Venerdì 13: un assassino mascherato, giovani vittime isolate, armi da taglio e una lunga lotta per la sopravvivenza in una villa trasformata in trappola.
All’Università per Stranieri di Perugia, Dani (Tina Aumont) e Jane (Suzy Kendall) frequentano le lezioni di storia dell’arte del professor Franz (John Richardson). Del loro gruppo fanno parte anche Flo (Patrizia Adiutori), Carol (Conchita Airoldi), Katia (Angela Covello) e Ursula (Carla Brait).
Una sera Flo e il ragazzo con cui si è appartata in automobile vengono uccisi da un individuo mascherato. Poco tempo dopo l’assassino colpisce anche Carol e un venditore ambulante che aveva scoperto qualcosa sulla sua identità. Le indagini conducono a un foulard rosso e nero utilizzato dal killer, mentre i sospetti iniziano a concentrarsi su Stefano (Roberto Bisacco), corteggiatore respinto di Dani, che possiede un foulard dalla fantasia molto simile e nel frattempo sembra essere scomparso.
Per allontanarsi dal clima di paura, Dani segue il consiglio dello zio e parte insieme a Katia e Ursula per trascorrere il fine settimana nella villa di famiglia, situata su una rupe nei pressi di Tagliacozzo. Durante il viaggio in treno le ragazze conoscono Roberto (Luc Merenda), un giovane medico diretto nello stesso paese. Jane, rimasta inizialmente a Perugia, raggiunge le amiche il giorno successivo. L’isolamento della villa sembra offrire loro un rifugio, ma l’assassino le ha seguite fin lì.

Il passaggio da Perugia al borgo abruzzese di Tagliacozzo divide nettamente il film in due parti. La prima mantiene la struttura dispersiva del giallo investigativo, affollato di personaggi ambigui, falsi sospetti e indizi difficili da interpretare. Nella seconda l’intreccio si concentra intorno alla villa, abbandonando progressivamente l’indagine per entrare in una dimensione rurale soltanto in apparenza più tranquilla. Anche gli abitanti del paese contribuiscono al senso di minaccia, osservando le ragazze con una curiosità sempre più morbosa.
Lo sguardo è uno degli elementi centrali della regia. Già nella sequenza iniziale, mentre il professor Franz illustra agli studenti il San Sebastiano del Perugino trafitto dalle frecce, Martino mette in relazione arte, corpo, desiderio e violenza. Da quel momento moltiplica soggettive, sguardi rubati, figure nascoste dietro porte e finestre e oggetti che impediscono una visione completa. Tutti osservano qualcuno e quasi nessuno lo fa in maniera innocente, trasformando il vedere in un atto di desiderio, controllo o aggressione.
Martino mostra il foulard stretto intorno al collo delle vittime, i colpi inferti dall’assassino e i corpi mutilati, ma alterna ciò che espone direttamente a ciò che lascia fuori campo, frammentando le immagini attraverso il montaggio, il fuori fuoco e gli ostacoli collocati davanti alla macchina da presa. Erotismo e violenza nascono così dallo stesso impulso voyeuristico: i corpi femminili vengono prima osservati e desiderati, poi minacciati e distrutti. Il film mette in scena una maschilità predatoria, pur mantenendo una posizione ambigua, perché finisce inevitabilmente per adottare e sfruttare quello stesso sguardo.
Il montaggio di Eugenio Alabiso alterna sequenze dilatate ad accelerazioni improvvise. Nella prima parte alcuni passaggi rallentano il ritmo e la quantità di personaggi introdotti rende l’intreccio meno compatto. Una volta trasferita l’azione nella villa, però, il film cambia passo. Il montaggio alterna la visuale limitata di Jane agli spostamenti dell’assassino, prolungando ogni gesto che potrebbe rivelare la presenza della ragazza. Lo spettatore sa che Jane è ancora viva, mentre il killer ne è all’oscuro: la tensione nasce proprio da questo squilibrio.
La fotografia di Giancarlo Ferrando valorizza l’architettura di Perugia e gli esterni luminosi, creando un forte contrasto con la violenza che attraversa il racconto. Particolarmente riuscita è la sequenza ambientata nella zona paludosa, nella quale l’assassino appare e scompare tra la vegetazione come una presenza quasi irreale. Anche la colonna sonora di Guido e Maurizio De Angelis contribuisce alla tensione, alternando sonorità jazz più morbide a percussioni incalzanti e improvvisi momenti di silenzio.

La sceneggiatura, firmata da Sergio Martino ed Ernesto Gastaldi, dissemina la vicenda di figure sospette. Quasi tutti i personaggi maschili vengono presentati come possibili minacce e i loro rapporti con le donne sono segnati dal possesso, dall’ossessione o da un desiderio che si traduce in osservazione e controllo. L’insistenza di Stefano, le coincidenze che accompagnano Roberto, l’interesse di Franz per Jane e la relazione segreta dello zio di Dani con Carol mantengono aperte diverse piste.
Il principale indizio è il foulard rosso e nero utilizzato dall’assassino. Dani ricorda di averne visto uno simile addosso a Stefano, ma le due fantasie non sono perfettamente identiche. Quello che dovrebbe avvicinare alla soluzione finisce così per alimentare una falsa pista, sfruttando l’incertezza della memoria e la difficoltà di distinguere due particolari molto simili.
Nella prima parte l’attenzione viene distribuita tra Jane, Dani, Katia e Ursula. Con l’arrivo nella villa, la sceneggiatura abbandona progressivamente la dimensione corale e segue Jane nel tentativo di nascondere la propria presenza all’assassino. I dialoghi rimangono prevalentemente funzionali, mentre la spiegazione psicologica dell’assassino ricorre al trauma infantile schematico tipico di molti gialli italiani dell’epoca. È probabilmente il punto più debole della scrittura: una motivazione sbrigativa che non possiede la stessa forza della costruzione visiva che la precede.

Il passaggio dalla prima alla seconda parte del film si riflette anche sulle due interpreti principali. Inizialmente è Tina Aumont a occupare il centro del racconto: Dani riconosce il foulard, riceve le minacce dell’assassino e subisce l’insistenza sempre più aggressiva di Stefano. L’attrice rende credibile il progressivo nervosismo del personaggio, fino a quando l’arrivo nella villa sposta l’attenzione su Suzy Kendall. Già protagonista di L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e del thriller La pelle che scotta (1962), Kendall prende realmente possesso del film quando Jane si risveglia e scopre ciò che è accaduto alle amiche. Da quel momento i dialoghi quasi scompaiono e l’attrice deve affidarsi al volto, ai movimenti resi difficili dalla caviglia ferita e allo sforzo di non produrre rumori che possano rivelare la sua presenza.
Tra le altre ragazze, Conchita Airoldi, accreditata come Cristina Airoldi, trova il proprio momento nella lunga sequenza dedicata a Carol, passando dalla disinvoltura mostrata alla festa hippie alla stanchezza e al panico della fuga nella zona paludosa. Meno spazio viene concesso ad Angela Covello e Carla Brait nei ruoli di Katia e Ursula. La loro relazione le distingue dalle compagne, ma la sceneggiatura non concede alla coppia un vero sviluppo e la regia la utilizza soprattutto per la sequenza erotica nella villa, legando le due attrici alla componente voyeuristica del film più che a un percorso autonomo dei personaggi.
Sul versante maschile, il cast asseconda il continuo gioco dei sospetti. Luc Merenda entra nella vicenda attraverso le coincidenze che accompagnano Roberto: l’acquisto di un foulard simile a quello dell’assassino, l’incontro sul treno diretto a Tagliacozzo e il successivo arrivo alla villa in qualità di medico. Merenda non accentua l’ambiguità del personaggio e lascia che siano queste circostanze a mantenerlo tra i possibili colpevoli. Sempre nel 1973 Martino lo diresse anche in Milano trema: la polizia vuole giustizia, film che lo impose tra i volti del poliziottesco. Roberto Bisacco rende invece Stefano il falso sospetto più evidente, accompagnandone il passaggio dalle suppliche rivolte a Dani alla violenza contro una prostituta e contro la stessa ragazza. John Richardson interpreta infine Franz prima come un docente sicuro di sé durante la lezione sul Perugino, poi come un uomo che cerca una vicinanza personale con Jane invitandola a un concerto. Il passaggio dall’autorità accademica al corteggiamento lascia aperti i dubbi sulle sue intenzioni.

Questi depistaggi perdono però importanza nella lunga sequenza finale, quando Martino sposta l’attenzione dall’identità dell’assassino alla sopravvivenza di Jane, avvicinandosi apertamente allo slasher. Ferita a una caviglia e nascosta nella villa, la ragazza comprende che il killer ignora la sua presenza. Non può gridare né affrontarlo apertamente e deve muoversi senza farsi sentire mentre lui trascina e smembra i cadaveri delle sue amiche. Jane anticipa così la futura final girl, ma soltanto in parte: resiste all’assassino e tenta di difendersi, senza però riuscire a salvarsi da sola.
Fuori dall’Italia il film è conosciuto soprattutto come Torso, titolo internazionale che richiama direttamente la mutilazione dei corpi. Quentin Tarantino lo programmò nel 1999 durante il QT-Fest III, mentre Eli Roth lo definì il capolavoro di Martino e dichiarò apertamente quanto avesse influenzato Hostel: Part II (2007), nel quale affidò proprio a Luc Merenda il ruolo di un investigatore.
Rivisto oggi, I corpi presentano tracce di violenza carnale continua a pagare una prima parte sovraccarica di sospettati e una motivazione dell’assassino risolta con il consueto trauma infantile. Sono limiti che impediscono al film di essere completamente compatto, ma non cancellano la precisione con cui Martino controlla tempi, spazi e informazioni nell’ultimo atto. Il risultato è un’opera diseguale ma decisiva: ancora legata ai depistaggi e alla psicologia del giallo all’italiana, già proiettata verso la caccia alla vittima che diventerà centrale nello slasher.
Un titolo fondamentale nell’evoluzione del giallo all’italiana e uno dei più chiari precursori dello slasher.
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Il Collezionista di Cinema
