
Titolo originale: Mars Attacks!
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Jonathan Gems
Cast: Jack Nicholson, Glenn Close, Annette Bening, Pierce Brosnan, Danny DeVito, Lukas Haas, Sarah Jessica Parker, Martin Short, Michael J. Fox, Rod Steiger, Tom Jones, Natalie Portman, Jim Brown, Lisa Marie, Sylvia Sidney, Pam Grier, Christina Applegate, Jack Black
Genere: Commedia, Fantascienza
Durata: 106 minuti
Anno: 1996
Di fronte a una minaccia sconosciuta, governi, eserciti e scienza dovrebbero offrire risposte. Ma quando le certezze saltano, chi detiene il potere può continuare a difendere il proprio ruolo anche dopo aver perso il controllo della situazione.
In Mars Attacks! (1996) l’arrivo degli alieni diventa così l’occasione per mettere in discussione l’autorità, la presunzione di avere sempre una risposta e l’incapacità di riconoscere persino l’evidenza.
Una flotta di dischi volanti proveniente da Marte raggiunge la Terra, attirando l’attenzione del mondo intero. Il presidente degli Stati Uniti James Dale (Jack Nicholson), rassicurato dal professor Donald Kessler (Pierce Brosnan), decide di accogliere pacificamente i visitatori, nonostante il generale Decker (Rod Steiger) consideri più sicura una risposta militare.
Il primo incontro nel deserto del Nevada sembra offrire l’occasione per stabilire un contatto storico, ma i marziani rivelano presto intenzioni molto diverse da quelle dichiarate. Mentre il governo cerca ancora di interpretarne il comportamento, l’invasione coinvolge Washington, Las Vegas e una famiglia del Kansas, facendo incrociare le sorti di politici, militari, giornalisti, imprenditori e persone comuni.

Dopo le atmosfere gotiche di Batman (1989) ed Edward mani di forbice (1990) e il bianco e nero di Ed Wood (1994), Tim Burton sceglie colori accesi, scenografie artificiali e un tono da cartone animato. Restano però il macabro, i corpi deformati, l’interesse per chi vive ai margini e l’ironia contro chi si ritiene superiore. La violenza non fa eccezione: gli esseri umani si disintegrano lasciando scheletri verdi o rossi, le teste vengono separate dai corpi e i monumenti crollano senza che quanto accade acquisti mai un peso realistico. Burton espone apertamente la finzione e la trasforma in parte dello spettacolo.
Dischi volanti, armi a raggi, laboratori e divise militari riprendono la fantascienza degli anni ’50, mentre la sala operativa del governo cita apertamente quella de Il dottor Stranamore (1964). Pur disponendo di un budget elevato, Burton conserva l’ingenuità e l’aspetto appariscente dei B-movie, trasformando l’invasione in una successione di immagini esagerate e coloratissime.
Inizialmente i marziani avrebbero dovuto essere realizzati in stop motion come omaggio a Ray Harryhausen. Barry Purves e la sua squadra svilupparono pupazzi articolati e girarono diversi test, ma una prova in computer grafica della Industrial Light & Magic convinse Burton a cambiare tecnica. Circa sessanta artisti della ILM lavorarono alle loro sequenze, mantenendo movimenti rigidi e innaturali che ricordano quelli dei pupazzi. Questa artificialità rafforza lo stile cartoonesco del film, anche se in alcuni momenti la CGI rivela la propria età. Vengono impiegati anche modellini, effetti pratici e immagini reali: la distruzione del Galaxy Hotel utilizza le riprese dell’effettiva demolizione del Landmark Hotel and Casino di Las Vegas, avvenuta nel 1995. Burton, dispiaciuto per la scomparsa dell’edificio nel quale aveva soggiornato, decise così di conservarne l’ultimo momento nel film.
I costumi seguono la stessa libertà visiva. La spia marziana interpretata da Lisa Marie unisce le pin-up di Alberto Vargas, Marilyn Monroe e la Jane Fonda di Barbarella (1968), con un’eleganza seducente resa inquietante dai movimenti rigidi e dall’assenza di espressione. Con Mars Attacks! Danny Elfman torna a lavorare con Burton dopo il litigio che li aveva allontanati al termine di Nightmare Before Christmas (1993); nel frattempo, il regista aveva affidato la musica di Ed Wood a Howard Shore. Elfman accompagna le immagini con marce orchestrali e sonorità elettroniche che richiamano la fantascienza classica. La musica annuncia un evento epocale, ma sottolinea anche quanto siano impreparati i personaggi chiamati ad affrontarlo.

Scritta da Jonathan Gems, la sceneggiatura deriva dalle 55 figurine Mars Attacks pubblicate dalla Topps nel 1962. Ideata da Len Brown e Woody Gelman, la serie raccontava un’invasione marziana attraverso immagini pulp dipinte da Norman Saunders a partire dai disegni preparatori di Wally Wood e Bob Powell. La violenza e il gusto provocatorio delle illustrazioni suscitarono le proteste dei genitori e l’intervento di un procuratore distrettuale, fino all’interruzione della distribuzione. Burton e Gems ne conservano la crudeltà e l’umorismo, inserendoli nella struttura di un film catastrofico.
I marziani non hanno motivazioni da approfondire: promettono la pace mentre sparano sulla folla, compiono esperimenti sugli esseri umani e distruggono monumenti per puro divertimento. La loro risata continua rende ancora più beffarda la distanza tra ciò che dichiarano e ciò che fanno. Non cercano alcun confronto con l’umanità, ma si divertono a sfruttarne l’impotenza.
La satira non colpisce soltanto il potere. Il presidente insiste con la diplomazia quando i fatti lo hanno già smentito, il professor Kessler interpreta le atrocità come possibili incomprensioni culturali e il generale Decker considera le armi l’unica risposta. Intanto la televisione trasforma l’invasione in spettacolo, gli imprenditori cercano un profitto e molti cittadini rimangono chiusi nei propri interessi. Pacifisti e militaristi, scienziati e politici, ricchi e persone comuni vengono ridicolizzati allo stesso modo. Il film usa così l’invasione per mostrare un’umanità vanitosa, impreparata e convinta di poter spiegare o dominare qualsiasi cosa.
Anche l’eroe tipico del cinema catastrofico perde il proprio ruolo. Le figure che normalmente guiderebbero la resistenza vengono ridimensionate, mentre diventano decisive persone ignorate dalle loro famiglie o considerate inutili dalla società. Nessuna istituzione possiede la soluzione: la risposta arriva proprio da ciò che tutti gli altri ritenevano insignificante. La struttura episodica rimane però il limite principale della scrittura: personaggi, ambienti, distruzioni e battute si susseguono senza che tutte le sottotrame ricevano lo stesso spazio o arrivino a una vera conclusione. La dispersione richiama in parte la successione delle figurine originali, ma rende il ritmo irregolare e lascia alcuni passaggi isolati dal resto del racconto.

Il cast stellare richiama i film catastrofici degli anni ’70, ma Burton lo usa in modo diverso: non riunisce le star per farne degli eroi, ma dei bersagli. La loro notorietà rende più imprevedibile la carneficina, perché nessun nome è abbastanza importante da garantirsi la sopravvivenza. Il meccanismo è divertente, ma più di venti ruoli sono troppi per un film che cambia continuamente personaggi e ambientazione. Alcuni trovano subito una funzione precisa, altri compaiono appena prima di essere sacrificati alla gag successiva.
Tra i molti interpreti, Jack Nicholson assume maggiore rilievo nel doppio ruolo del presidente James Dale e dell’imprenditore immobiliare di Las Vegas Art Land. Il doppio ruolo nacque dalla sua battuta di voler interpretare tutti i personaggi e permette a Burton di affidargli due diverse forme di potere: quella politica, convinta che basti un discorso per controllare la situazione, e quella economica, pronta a trasformare persino l’invasione in un affare. Nicholson distingue nettamente i due uomini, ma mentre il presidente attraversa l’intera satira, Art Land rimane soprattutto un’idea comica. Il doppio ruolo incuriosisce più di quanto serva realmente al racconto.
Attorno a lui, Pierce Brosnan, Rod Steiger e Paul Winfield incarnano le diverse risposte delle istituzioni. Il professor Kessler mantiene un’eleganza rassicurante mentre cerca spiegazioni sempre più improbabili; Steiger esaspera il generale Decker fino a farne una caricatura del militarismo, mentre Winfield dà a Casey l’entusiasmo quasi ingenuo di un uomo più onorato dall’incontro con i marziani che preoccupato dal loro arrivo. Glenn Close chiude la First Lady nel protocollo e nel proprio snobismo, mentre Natalie Portman interpreta Taffy Dale, la figlia adolescente del presidente, quasi indifferente a ciò che accade intorno a lei. Annette Bening concede invece a Barbara Land un entusiasmo ingenuo ma sincero, ispirandosi ad Ann-Margret in Viva Las Vegas (1964). Martin Short interpreta Jerry Ross, l’addetto stampa della Casa Bianca che, credendola una donna, tenta di sedurre la spia marziana interpretata da Lisa Marie. Michael J. Fox e Sarah Jessica Parker formano una coppia televisiva più preoccupata della propria immagine che dell’invasione, mentre Danny DeVito appare come un avvocato disposto a proporsi persino agli alieni. Anche Tom Jones accetta la presa in giro, interpretando una versione ironica di se stesso.
Il film trova maggiore umanità quando guarda chi viene ignorato. Jim Brown evita l’esagerazione nei panni di Byron Williams, spinto dal desiderio di tornare dall’ex moglie Louise, interpretata da Pam Grier, e dai loro figli. Jack Black esaspera invece il patriottismo del soldato Billy-Glenn, il figlio di cui la famiglia Norris va orgogliosa, mentre Lukas Haas interpreta il fratello Richie, trattato come una presenza insignificante. È nel rapporto tra lui e la nonna, affidata a Sylvia Sidney, che il film trova il legame più naturale. Sidney, al suo ultimo ruolo cinematografico, non forza mai la comicità e proprio per questo emerge nel caos generale. La quantità di star continua comunque a pesare: il cast impressiona nel suo insieme, ma molti interpreti restano poco più di apparizioni.

Mars Attacks! trasforma l’invasione aliena in una black comedy divertente e crudele. Lo stile cartoonesco accompagna una satira che non risparmia autorità, mezzi d’informazione e persone comuni. Burton mette in ridicolo l’eroismo e la retorica dei tradizionali kolossal catastrofici, affidando un ruolo decisivo proprio ai personaggi che nessuno considera importanti.
La struttura episodica, l’umorismo incostante e un cast troppo numeroso lasciano però diverse figure incompiute e rendono il film meno compatto di quanto potrebbe essere. Alcune sequenze restano impresse, altre sembrano soltanto preparare la gag o l’eliminazione successiva. Non raggiunge il livello dei migliori lavori di Burton, ma l’identità visiva e la cattiveria della satira gli permettono di andare oltre la semplice parodia.
Divertente satira fantascientifica, visivamente originale e con un cast prestigioso ma sovraffollato, frenata da gag dall’efficacia discontinua.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
