
Titolo originale: The ‘Burbs
Regia: Joe Dante
Sceneggiatura: Dana Olsen
Cast: Tom Hanks, Bruce Dern, Carrie Fisher, Rick Ducommun, Corey Feldman, Wendy Schaal, Henry Gibson, Gale Gordon, Dick Miller, Robert Picardo, Courtney Gains
Genere: Commedia
Durata: 101 minuti
Anno: 1989
Conoscere chi abita a pochi metri da casa nostra non significa sapere davvero cosa accada dietro la sua porta. Bastano abitudini insolite, poche parole scambiate e una certa distanza dal resto del quartiere perché la curiosità lasci spazio al sospetto.
In L’erba del vicino (The ’Burbs, 1989), dietro l’apparente tranquillità della periferia americana c’è un vicinato molto più interessato a ciò che succede nelle case degli altri di quanto sia disposto ad ammettere. In Italia il film non arrivò nelle sale e venne distribuito direttamente in home video.
Ray Peterson (Tom Hanks) approfitta di una settimana di vacanza per restare a casa con la famiglia, in un tranquillo quartiere di periferia. A incuriosirlo sono i Klopek, nuovi vicini schivi che abitano in una casa malridotta e sembrano evitare qualsiasi contatto con gli altri residenti.
Alcuni rumori notturni e strani movimenti intorno alla loro abitazione insospettiscono anche Art Weingartner (Rick Ducommun) e Mark Rumsfield (Bruce Dern). Insieme a Ray, i due iniziano a sorvegliare la casa e a seguire le mosse della famiglia, mentre una serie di avvenimenti insoliti alimenta il sospetto che dietro la riservatezza dei Klopek possa nascondersi qualcosa di ben più inquietante.

Joe Dante racchiude quasi tutto il film in un quartiere di periferia. Da una parte ci sono villette, prati curati, barbecue e vicini che passano il tempo fuori casa; dall’altra c’è l’abitazione dei Klopek, trascurata, buia e completamente diversa da quelle che la circondano. Prima ancora di sapere chi siano realmente i suoi abitanti, la casa basta a farli apparire come degli estranei agli occhi del quartiere.
Il richiamo a Gremlins (1984) viene naturale. Anche lì Dante metteva il caos nel mezzo di una tranquilla comunità americana, mentre qui sono soprattutto Ray e gli altri ad alimentarlo, sempre più disposti a oltrepassare il limite pur di dimostrare di avere ragione. Mayfield Place diventa così tutto il loro mondo: finestre e giardini vengono osservati di continuo e persino attraversare pochi metri per raggiungere la casa dei Klopek finisce per sembrare una spedizione. Jerry Goldsmith passa da sonorità che richiamano l’horror a momenti apertamente ironici, accompagnando i continui cambi di tono del film.
I riferimenti al cinema di genere sono numerosi e le situazioni scivolano spesso nel grottesco. I personaggi e le stranezze del quartiere offrono diversi momenti divertenti, ma quando prendono il sopravvento urla, cadute e reazioni esasperate, la comicità si fa più insistita e non sempre riesce a strappare la risata.

Quella comicità passa anche dalla storia scritta da Dana Olsen, che mette insieme tre uomini annoiati e dei vicini di cui non sanno praticamente nulla. Basta poco perché ogni comportamento dei Klopek venga interpretato nel modo peggiore possibile. Ray, Art e Rumsfield iniziano a spiare la casa, formulano teorie e trasformano supposizioni in prove. Più cercano qualcosa di sospetto, più riescono a trovarlo, perché ormai qualsiasi comportamento dei Klopek sembra dare ragione ai loro sospetti. La diffidenza verso chi vive diversamente dal resto della comunità finisce così per alimentare la loro ossessione.
Il problema è che il film torna molte volte sullo stesso schema. Succede qualcosa di strano, Art e Rumsfield elaborano una nuova teoria, Ray si lascia coinvolgere e il gruppo compie un altro passo oltre il limite. La parte centrale accumula situazioni senza far avanzare altrettanto i personaggi.
Anche gli abitanti del quartiere sono volutamente esagerati. Art è il vicino ficcanaso che vede indizi ovunque, Rumsfield affronta la faccenda come un’operazione militare e Ricky si diverte a osservare gli adulti perdere completamente il senso della misura. Bonnie, giovane moglie di Rumsfield, viene presentata soprattutto attraverso il suo aspetto provocante e gli abiti succinti. Il tono da caricatura è evidente, ma diversi personaggi rimangono sostanzialmente quelli che erano alla loro prima apparizione.
A un certo punto, però, diventano altrettanto importanti i comportamenti di chi osserva i Klopek. Il confine è ormai saltato e la domanda non riguarda più soltanto ciò che potrebbe nascondersi nella casa, ma fin dove sia lecito spingersi sulla base di semplici supposizioni. Il finale rimette in discussione questa lettura: la scelta conclusiva è coerente con l’anima da commedia horror, ma rende meno netta la critica alla paranoia sviluppata fino a quel momento, proprio quando sembrava poter diventare l’aspetto più incisivo del film.

I tre uomini al centro della storia reagiscono ai Klopek in maniera molto diversa. Tom Hanks parte più contenuto rispetto a chi gli sta intorno: è soprattutto Art a trascinarlo nella faccenda, mentre Ray conserva ancora qualche dubbio. Con il crescere dell’ossessione si lascia coinvolgere sempre di più. Rick Ducommun è un Art invadente e instancabile, sempre pronto a trasformare un dettaglio in una prova, mentre Bruce Dern accentua l’indole militare di Mark Rumsfield, tanto che persino controllare la casa di fronte assume per lui i contorni di una missione.
Carrie Fisher rimane dalla parte di Carol, una delle poche persone ancora capaci di vedere quanto sia assurdo ciò che stanno facendo gli uomini. Wendy Schaal compare nei panni di Bonnie Rumsfield, mentre Corey Feldman, già diretto da Dante in Gremlins e reduce dal successo de I Goonies (1985), fa di Ricky una sorta di spettatore di quanto accade nel quartiere: osserva gli adulti, chiama gli amici e tratta tutto ciò che succede davanti a casa come uno spettacolo. Il suo atteggiamento costantemente compiaciuto è coerente con il personaggio, ma alla lunga può risultare irritante.
Dall’altra parte ci sono Henry Gibson, Brother Theodore e Courtney Gains nei panni dei Klopek, abbastanza strani da continuare ad alimentare i sospetti senza rendere immediatamente chiaro quanto ci sia di reale nelle supposizioni dei vicini. Tra i volti scelti da Dante torna anche Dick Miller, già Murray Futterman in Gremlins e qui presente nel piccolo ruolo di uno dei netturbini.


L’erba del vicino nasconde parecchio sotto l’assurdità dei suoi personaggi. Il contrasto tra le villette ordinate e la casa dei Klopek, insieme alla curiosità sempre più invadente di chi vive intorno, permette a Joe Dante di giocare con qualcosa di molto semplice: quanto basta per trasformare chi abita a pochi metri da noi in qualcuno di cui avere paura.
Il limite sta soprattutto nel modo in cui il film sviluppa questi spunti. Le indagini improvvisate ricadono più volte nello stesso meccanismo e alcune gag insistono più del necessario. Quando i comportamenti di Ray e degli altri diventano inquietanti almeno quanto quelli attribuiti ai Klopek, la paranoia acquista un peso diverso, ma la scelta finale finisce in parte per ridimensionarlo.
Alla fine è proprio ciò che rimane sullo sfondo a incuriosirmi di più. L’erba del vicino avrebbe potuto scavare maggiormente nella diffidenza, nel voyeurismo e nell’ossessione dei suoi personaggi, ma preferisce restare più vicino alla sua natura di commedia grottesca.
Una black comedy con buone idee, ma sfruttate solo in parte.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
