
Titolo originale: Gang Related
Regia: Jim Kouf
Sceneggiatura: Jim Kouf
Cast: James Belushi, Tupac Shakur, Lela Rochon, James Earl Jones, David Paymer, Wendy Crewson, Gary Cole, Dennis Quaid, Kool Moe Dee
Genere: Crime, Thriller, Drammatico
Durata: 102 minuti
Anno: 1997
“Gang related”. Due parole possono bastare per togliere importanza a un cadavere: un regolamento di conti, nessun testimone e un altro fascicolo destinato a perdersi tra molti altri. Istinti criminali (1997) trasforma quella definizione nel nascondiglio perfetto per due assassini che portano un distintivo.
Frank Divinci (James Belushi) e Jake Rodriguez (Tupac Shakur) sono due detective di Los Angeles che utilizzano droga sottratta al deposito delle prove per organizzare falsi scambi con alcuni criminali. Dopo avere incassato il denaro, uccidono il compratore, recuperano la cocaina e fanno apparire il delitto come un regolamento di conti. Durante una di queste operazioni eliminano Lionel Hudd (Kool Moe Dee), senza sapere che l’uomo è un agente della DEA sotto copertura.
Con i federali coinvolti nelle indagini, Frank e Jake devono trovare rapidamente qualcuno sul quale far ricadere l’omicidio. Dopo alcuni tentativi falliti, scelgono un senzatetto alcolizzato che dice di chiamarsi Joe (Dennis Quaid). Approfittando della sua confusione, gli fanno impugnare l’arma e firmare una confessione, mentre Cynthia Webb (Lela Rochon), spogliarellista e amante di Frank, viene costretta a riconoscerlo. Convinti di avere trovato il colpevole perfetto, i due preparano le prove necessarie a chiudere il caso.

Seguire due assassini mentre indagano sul proprio delitto permette a Jim Kouf di giocare continuamente con ciò che i personaggi sanno e quello che devono fingere di non sapere. Frank e Jake osservano le prove, parlano con i colleghi e rispondono alle domande dei federali cercando di comportarsi come normali investigatori. Basta che una domanda diventi più precisa o che una prova torni a galla perché la loro sicurezza lasci spazio al panico.
Kouf cerca l’ironia soprattutto negli errori commessi dai due poliziotti. La ricerca di qualcuno da incastrare procede attraverso arresti sbagliati, alibi scoperti troppo tardi e discussioni sempre più nervose. Alcuni passaggi prendono la direzione della black comedy, ma il tono cambia bruscamente quando la storia torna alla violenza e al dramma giudiziario. La goffaggine con cui Frank e Jake cercano di rimediare ai propri sbagli finisce così per scontrarsi con la crudeltà di uomini disposti a uccidere pur di salvarsi.
La presenza di Tupac potrebbe far pensare a un ruolo centrale del rap, ma nel film le canzoni non vengono messe particolarmente in evidenza. La partitura originale è firmata da Mickey Hart, mentre il doppio album pubblicato separatamente punta sul gangsta rap e sul G-funk, riunendo Ice Cube, Snoop Dogg, Nate Dogg e Kurupt insieme a quattro brani di Tupac.
Le canzoni rap rimangono quindi in secondo piano rispetto a un racconto che non perde chiarezza né ritmo quando passa dall’indagine al processo. A impedire alla regia di trovare una direzione davvero compatta sono piuttosto i continui cambi di tono e le complicazioni sempre più forzate.

I problemi più seri arrivano però dalla sceneggiatura, scritta dallo stesso Jim Kouf. Frank e Jake credono di poter decidere quale versione dei fatti debba diventare vera perché controllano l’indagine, le prove e la testimone. Kouf usa questa sicurezza per preparare una sorte beffarda: i due fabbricano un colpevole e finiscono progressivamente intrappolati dalle stesse apparenze utilizzate contro un innocente. L’idea del contrappasso funziona, almeno finché il percorso mantiene una certa credibilità.
Il primo problema emerge nella ricerca dell’uomo da incastrare. Frank e Jake fermano alcuni criminali quasi a caso e scoprono soltanto durante gli interrogatori che ognuno possiede un alibi impossibile da aggirare. La sequenza mostra la loro crescente disperazione, ma due investigatori esperti finiscono per comportarsi come se non sapessero svolgere neppure una verifica preliminare. È Frank a scegliere Joe, vedendo in lui una persona sola, ubriaca e incapace di difendersi. Lo incontra proprio fuori dall’abitazione di Cynthia, senza chiederle se lo conosca né controllare chi sia realmente.
Una volta scelto il capro espiatorio, le coincidenze continuano ad accumularsi. La stessa donna incaricata di riconoscere Joe sa già chi è perché lo vede abitualmente nel vicolo accanto al proprio palazzo. Più che una semplice coincidenza, è una leggerezza difficile da giustificare per un poliziotto esperto. A questa si aggiungono personaggi appartenenti a vicende separate che si incrociano nel momento più conveniente e indagini che arrivano rapidamente alle conclusioni necessarie. Il cerchio si chiude con precisione, ma proprio quella precisione rende visibile lo sforzo compiuto per far combaciare ogni elemento.
Anche il percorso di Joe risponde alle necessità dell’intreccio. All’inizio è talmente distrutto dall’alcol da non ricordare il proprio cognome e da lasciarsi convincere di avere commesso un omicidio. In carcere viene assistito durante la disintossicazione e il miglioramento è evidente, ma il recupero successivo rimane troppo rapido. In poco tempo riacquista lucidità, ricompone il proprio passato e riprende il controllo della sua vita, senza che il film dia abbastanza spazio a un cambiamento così profondo.
La stessa ricerca di simmetria accompagna il finale arrivato sullo schermo, nel quale persone e conseguenze introdotte in precedenza tornano al momento necessario. Lo shooting script prevedeva un epilogo più lungo ed esplicito, assente nel film distribuito. Fermarsi prima risparmia un’ulteriore forzatura, anche se non cancella la sensazione di una storia disposta a sacrificare la credibilità pur di rimettere ogni pezzo al proprio posto.

Tra personaggi spesso sacrificati agli incastri della storia, James Belushi è quello che lascia maggiormente il segno. Frank considera il distintivo una garanzia d’impunità e affronta ogni problema con un’aggressività crescente. Belushi gli concede inizialmente un’ironia sgradevole, quasi divertita, che scompare quando la situazione comincia a sfuggirgli di mano. Non addolcisce mai la sua arroganza: più Frank perde il controllo, più la sua presenza diventa minacciosa.
Jake dovrebbe rappresentare il rimorso che Frank non prova. Tupac Shakur trasmette il nervosismo di un uomo che comincia a capire quanto lontano si sia spinto, ma il personaggio continua a ripetere lo stesso conflitto: contesta il collega, si tormenta e finisce comunque per seguirlo. Il fatto che Istinti criminali sia l’ultimo film girato da Tupac, distribuito dopo la sua morte, rende inevitabilmente più dolorosa ogni sua scena. Separando il dispiacere dal giudizio, però, non si tratta di una prova memorabile. Il carisma rimane visibile, ma Jake gli offre poche occasioni per andare oltre la rabbia e il senso di colpa.
Dennis Quaid è inizialmente quasi irriconoscibile. I capelli sporchi, la barba e lo sguardo assente restituiscono bene la fragilità di Joe, ormai incapace di distinguere i propri ricordi da quelli suggeriti da Frank e Jake. Quando il personaggio comincia a recuperare lucidità, anche l’interpretazione è costretta ad accelerare insieme alla sceneggiatura. Quaid passa rapidamente da una condizione estrema all’altra, senza avere abbastanza spazio per rendere credibile ciò che avviene nel mezzo.
La bellezza e la sensualità di Lela Rochon attirano subito l’attenzione, ma non rimangono soltanto elementi da esibire sul palco. Frank utilizza Cynthia come esca durante gli scambi, mentre lei affronta il loro rapporto con sarcasmo e senza illudersi che possa avere un futuro. Quando comprende di essere diventata sacrificabile, Rochon passa dalla sicurezza alla paura senza ridurre il personaggio a una vittima passiva. James Earl Jones affida invece Arthur Baylor alla calma e al controllo: non ha bisogno di alzare la voce per imporsi nelle scene giudiziarie e cambiare gli equilibri del processo. Entrambi riescono a dare consistenza a personaggi che la sceneggiatura utilizza soprattutto per preparare le svolte successive.

Istinti criminali non è un film lento né difficile da seguire. Il punto di partenza è valido, James Belushi sostiene bene il lato più cinico della storia e anche il contrappasso preparato per chi ha manipolato la giustizia avrebbe potuto lasciare il segno.
A renderlo poco credibile è il modo in cui la sceneggiatura conduce i protagonisti verso quella punizione. Ogni volta che deve cambiare direzione interviene la coincidenza giusta, finché ciò che accade non sembra più una conseguenza naturale degli errori di Frank e Jake, ma un risultato costruito forzando gli eventi.
Il film arriva così alla conclusione che ha preparato, ma per chiudere perfettamente il cerchio sacrifica proprio la credibilità di cui avrebbe avuto bisogno. L’intuizione iniziale rimane visibile, soffocata però da un meccanismo troppo artificiale per funzionare fino in fondo.
Una buona intuizione trasformata in un meccanismo troppo artificiale per risultare convincente.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
