
Titolo originale: Resident Evil
Regia: Zach Cregger
Sceneggiatura: Zach Cregger, Shay Hatten
Cast: Austin Abrams, Zach Cherry, Kali Reis, Paul Walter Hauser, Will Merrick, Griffin Newman, Jo Martin, Sara Paxton (voce originale)
Genere: Horror
Durata: 95 minuti
Anno: 2026
Dopo sei film con Milla Jovovich e il nuovo inizio tentato nel 2021 con Welcome to Raccoon City, Resident Evil ricomincia ancora. Questa volta dietro la macchina da presa c’è Zach Cregger, il regista di Barbarian (2022) e Weapons (2025).
Nei videogiochi della serie, esplorare un ambiente significa anche decidere come affrontarne i pericoli e quando usare le risorse disponibili. Al cinema quelle decisioni spettano a qualcun altro: cosa succede quando si passa dal guidare un personaggio al seguirlo sullo schermo?
Bryan (Austin Abrams) è un corriere medico incaricato di consegnare con urgenza un carico all’ospedale di Raccoon City. Durante il viaggio attraverso le montagne innevate, una discussione telefonica con la fidanzata Michelle, appena scopertasi incinta, viene interrotta da un incidente: Bryan investe una donna e cerca di soccorrerla. Quando lei lo aggredisce, nel tentativo di difendersi danneggia il motore della propria auto.
Costretto a cercare aiuto in una fattoria isolata, scopre che l’aggressione non è un caso isolato: un’epidemia sta trasformando persone e animali in creature mostruose. Tra strade bloccate e attacchi degli infetti, deve trovare il modo di raggiungere l’ospedale.

Zach Cregger dedica molto spazio alla prima parte del viaggio di Bryan, fra strade innevate, una casa isolata e la ricerca di qualcuno che possa aiutarlo. È un’introduzione lunga, che si segue volentieri per l’atmosfera: le strade deserte e la neve attorno agli edifici accentuano l’isolamento di Bryan. Il ragazzo cerca riparo nella casa, ma deve presto fuggire anche da lì. Il trailer ne anticipa alcune immagini, ma la sequenza riesce comunque a creare tensione. A Raccoon City, Bryan trova un’intera città travolta dall’epidemia.
Nelle scene più buie, la fotografia di Dariusz Wolski lascia visibili solo alcune parti degli ambienti, illuminate dalle torce o dalle luci interne. Cregger tiene la macchina da presa vicina a Bryan: quando guarda di lato o verso l’alto, l’inquadratura si sposta con lui e mostra ciò che sta osservando. Le riprese sopra la spalla si alternano alle soggettive, con un richiamo evidente alle visuali dei videogiochi. È una scelta che funziona durante l’esplorazione della casa e dell’ospedale, dove seguire gli sguardi del protagonista significa anche cercare insieme a lui un passaggio o individuare una minaccia.
Lo scenografo Tom Hammock ha progettato i set in funzione dei movimenti della cinepresa. Le fogne e diverse parti dell’ospedale sono state realizzate in studio, compresi gli ascensori funzionanti utilizzati nelle scene d’azione. Per la città il riferimento principale è Resident Evil 2, nei mattoni e nelle superfici umide degli edifici, mentre la neve le dà un aspetto diverso da quello del gioco.
Nel corso del viaggio, alle aggressioni degli zombie si aggiungono deformazioni dei corpi sempre più vistose. Nell’ultima parte il sangue e le mutilazioni abbondano, e lo splatter è uno degli aspetti più riusciti del film. Alle creature fisiche e agli animatronic realizzati da Shane Mahan e Legacy Effects si aggiungono gli effetti digitali. Nel reparto maternità , i tentacoli sulle superfici del set sono stati applicati a mano.

Cregger e Shay Hatten scrivono la sceneggiatura attorno alla consegna che Bryan deve portare a termine: raggiungere l’ospedale diventa sempre più difficile, fra la ricerca di un mezzo di trasporto e i passaggi bloccati. Bryan è un protagonista originale e non incontra Leon, Jill o gli altri personaggi storici. Una scelta che può deludere chi sperava di ritrovarli, soprattutto dopo Welcome to Raccoon City (2021), che aveva riunito le vicende dei primi due giochi. Qui la storia è nuova, ma Raccoon City, Umbrella e il contagio conservano il collegamento con la serie.
Bryan comincia con una pistola, passa a un fucile a pompa e arriva a un’arma automatica: una progressione familiare a chi ha giocato, accompagnata dalla necessità di cercare munizioni. Le armi, però, non bastano a superare ogni ostacolo. I tentativi di aprire i lucchetti sparando ricordano l’impazienza di chi, durante una partita, cerca di proseguire senza avere ancora lo strumento necessario. L’impiego di un grimaldello avrebbe aggiunto un altro richiamo riconoscibile ai giochi. Gli oggetti curativi e la macchina da scrivere compaiono senza che il film si fermi a sottolinearli: chi conosce la serie può cogliere il riferimento, mentre per gli altri restano parte degli ambienti e delle azioni di Bryan.
Anche le creature rielaborano elementi dei videogiochi. Denti e tentacoli riprendono soprattutto Resident Evil 4 e 6, senza corrispondere necessariamente a un mostro già conosciuto. Il legame con la serie emerge anche quando Bryan deve recuperare risorse, superare un passaggio bloccato o affrontare un avversario con ciò che ha a disposizione. La distanza dalle storie originali rimane evidente, ma queste difficoltà rendono riconoscibile l’esperienza di una partita anche attraverso un personaggio nuovo.
La gravidanza di Michelle dà a Bryan anche una ragione personale per voler tornare a casa. All’inizio la notizia lo spaventa e mette in difficoltà il rapporto con la fidanzata; durante la notte, il desiderio di rivederla accompagna i suoi tentativi di sopravvivere. Nel reparto maternità , le immagini di nascita e deformazione legano più direttamente l’orrore alla paura di diventare padre. La telefonata iniziale trova così un seguito in ciò che Bryan affronta, senza che la sua preoccupazione per la paternità venga accantonata appena cominciano le aggressioni.

Seguire quasi sempre Bryan rende decisivo il lavoro di Austin Abrams, che rende credibile la paura del personaggio e sa far sorridere con le sue reazioni. L’impaccio con le armi convince perché Bryan è un corriere che si ritrova a combattere senza esserne preparato. I suoi tentativi maldestri alleggeriscono alcuni momenti senza togliere tensione alle aggressioni.
Durante il viaggio Bryan incontra Paul, uno scienziato Umbrella interpretato da Paul Walter Hauser, e Maxine, l’addetta alla sicurezza interpretata da Kali Reis. Hauser offre ad Abrams qualcuno con cui scambiare qualche battuta mentre Paul gli spiega la natura del carico. Reis convince nella sicurezza con cui Maxine affronta gli infetti, in contrasto con l’inesperienza del corriere. Il suo intervento fa sperare che Bryan abbia finalmente trovato qualcuno capace di proteggerlo, ma il personaggio esce di scena prima che questa intesa possa svilupparsi. Michelle, che nella versione originale ha la voce di Sara Paxton, resta una presenza soltanto telefonica. Le conversazioni con lei permettono ad Abrams di mostrare anche le preoccupazioni e l’affetto di Bryan, oltre alla paura delle aggressioni.
Dopo una notte trascorsa quasi interamente al fianco di Bryan, il finale lascia il desiderio di sapere che cosa gli accadrà ancora. La chiusura arriva troppo bruscamente e avrebbe meritato più spazio. Cregger ha pensato il film come una storia autonoma, pur avendo idee per un eventuale seguito. Un altro capitolo potrebbe riprendere la vicenda, ma questa possibilità non basta a rendere soddisfacente il finale.
La distanza dalle storie dei videogiochi può deludere chi attendeva una trasposizione più fedele. Come horror, Resident Evil (2026) convince per l’atmosfera, l’interpretazione di Abrams e gli eccessi splatter. L’esplorazione e la ricerca di risorse rendono riconoscibile il rapporto con i giochi anche senza riprenderne i protagonisti. La riserva sulla chiusura resta, ma i pregi pesano di più e il viaggio di Bryan si segue con piacere.
Un horror teso e sanguinoso, più vicino all’esperienza dei videogiochi che alle loro storie. Meno convincente nel finale.
Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
