
Regia: Francesco Barilli
Sceneggiatura: Francesco Barilli, Massimo D’Avack
Cast: Mimsy Farmer, Maurizio Bonuglia, Mario Scaccia, Orazio Orlando
Genere: Giallo, Thriller, Horror
Durata: 105 minuti
Anno: 1974
Tra influenze del cinema europeo degli anni ’60 e ’70 e atmosfere vicine al thriller psicologico italiano dell’epoca, Il profumo della signora in nero (1974) segue gradualmente la perdita di equilibrio della sua protagonista all’interno di una Roma fredda e silenziosa. Francesco Barilli trasforma appartamenti, terrazzi e ambienti quotidiani in spazi sempre più distanti dalla normalità, mentre la vita della protagonista diventa qualcosa di sempre più instabile e difficile da decifrare.
Silvia Hacherman (Mimsy Farmer) lavora come chimica in un laboratorio romano e conduce una vita apparentemente tranquilla insieme al compagno Roberto (Maurizio Bonuglia). Dietro questa normalità però riaffiorano continuamente ricordi legati all’infanzia e alla figura della madre, morta anni prima in circostanze traumatiche che Silvia non ha mai davvero superato.
Durante una cena tra amici, una conversazione su antichi rituali e culti segreti sembra riaccendere qualcosa dentro di lei. Presenze improvvise, atteggiamenti sempre più strani da parte delle persone che la circondano e continui momenti di smarrimento mettono Silvia di fronte a una realtà che sembra sfuggirle di mano.
Mentre i ricordi del passato si mescolano sempre di più alla vita quotidiana, Silvia perde progressivamente ogni punto di riferimento, fino a ritrovarsi coinvolta in una spirale sempre più oscura e inquietante.

Francesco Barilli costruisce la regia del film attorno a un dubbio continuo: capire quanto di ciò che vive la protagonista appartenga davvero alla realtà e quanto invece nasca dalla sua percezione alterata. La narrazione procede lentamente, alternando silenzi, dettagli visivi e improvvise fratture della quotidianità che accompagnano lo spettatore dentro la stessa incertezza vissuta da Silvia.
Le influenze del cinema di Roman Polański sono evidenti fin dalle prime sequenze, soprattutto nei richiami alla paranoia psicologica di Repulsione (1965) e alle atmosfere oppressive di Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York (1968). Allo stesso tempo si respira anche il clima del thriller/giallo italiano degli anni ’70 vicino al primo Dario Argento, con cui Barilli aveva già collaborato come attore in Quattro mosche di velluto grigio (1971). Richiami che in alcuni momenti risultano molto marcati, ma che Barilli prova comunque a rielaborare attraverso un’atmosfera più fredda e astratta. Anche il titolo del film richiama il cinema europeo del passato, essendo un omaggio a Le parfum de la dame en noir (1974) di Marcel L’Herbier.
La Roma del film appare fredda, silenziosa, quasi irriconoscibile, lontana dall’immagine più viva e quotidiana spesso presente nel cinema italiano di quegli anni. Barilli la trasforma progressivamente in uno spazio sospeso e disorientante, dove appartamenti, terrazzi e ambienti urbani sembrano riflettere il crescente isolamento della protagonista. La città perde così ogni familiarità e diventa parte integrante della dimensione psicologica del racconto.

La sceneggiatura, scritta da Francesco Barilli insieme a Massimo D’Avak, resta sempre accanto a Silvia e mostra gli eventi attraverso il suo sguardo, lasciando che dubbi, ricordi e presenze alterino continuamente la percezione di ciò che accade. La narrazione procede senza offrire riferimenti completamente stabili, alternando frammenti del passato, comportamenti ambigui e momenti in cui i confini della realtà sembrano diventare sempre meno chiari.
Al centro del film torna soprattutto il rapporto tra trauma e memoria. Il passato di Silvia riaffiora infatti attraverso immagini frammentate e sensazioni improvvise che finiscono lentamente per contaminare la sua quotidianità. Parallelamente, anche la realtà attorno a lei sembra perdere progressivamente consistenza, facendo vivere allo spettatore gli stessi dubbi che accompagnano Silvia per tutta la storia.
Anche nella scrittura emergono chiaramente le influenze del thriller psicologico europeo degli anni ’60 e ’70, soprattutto nella costruzione della paranoia e dell’isolamento mentale. In alcuni momenti il film sembra affidarsi più all’atmosfera e alla suggestione che a una struttura narrativa davvero compatta, senza compromettere l’atmosfera inquieta che accompagna il film dall’inizio alla fine.
Il peso del film ricade quasi interamente sulle spalle di Mimsy Farmer, chiamata ad accompagnare Silvia in una progressiva perdita di equilibrio che emerge soprattutto nei momenti di isolamento e smarrimento della protagonista. La sua interpretazione rende credibile la lenta discesa di Silvia verso una condizione sempre più fragile. Negli anni ’70 l’attrice aveva già legato il proprio volto a diversi thriller/gialli psicologici e horror europei, tra cui Quattro mosche di velluto grigio di Dario Argento, esperienza che qui sembra riflettersi bene nel tono inquieto del film.
Più Silvia perde punti di riferimento, più anche le persone che la circondano diventano difficili da interpretare. Maurizio Bonuglia interpreta Roberto mantenendo costantemente un equilibrio ambiguo tra presenza rassicurante e figura sempre più distante, mentre Jho Jhenkins lascia il segno nel ruolo di Andy, personaggio che introduce fin dalle prime scene alcuni degli elementi più inquietanti del racconto.
Anche Mario Scaccia contribuisce ad aumentare il disagio del film nel ruolo del vicino Rossetti. Attore capace negli anni di passare con naturalezza da ruoli comici a figure molto più inquietanti e drammatiche, Scaccia porta nella storia una presenza apparentemente ordinaria ma continuamente disturbante.

All’interno di Il profumo della signora in nero (1974) la componente psicologica prende progressivamente il sopravvento, trascinando lo spettatore dentro una realtà sempre più difficile da decifrare. Le influenze del cinema europeo dell’epoca emergono spesso in modo evidente, a tratti persino troppo marcato, ma il film riesce comunque a conservare una forza evocativa che continua a farsi ricordare anche dopo i titoli di coda.
Anche per questo il finale continua ancora oggi a dividere molti spettatori, contribuendo alla rivalutazione che il film ha ottenuto nel corso degli anni fino a diventare un piccolo cult dell’horror psicologico italiano anni ’70.
Pur con qualche limite evidente, conserva ancora oggi una personalità ben riconoscibile.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
