
Regia: Dario Argento
Sceneggiatura: Dario Argento
Cast: Michael Brandon, Mimsy Farmer, Jean-Pierre Marielle, Francine Racette, Bud Spencer, Oreste Lionello
Genere: Giallo, Thriller
Durata: 102 minuti
Anno: 1971
Con 4 mosche di velluto grigio (1971), Dario Argento chiude la “trilogia degli animali” e lo fa con il film più oscuro, paranoico e visionario dei tre. Dopo l’esordio fulminante di L’uccello dalle piume di cristallo (1970) e il più ragionato Il gatto a nove code (1971), qui il regista spinge ancora più in là la sua estetica, mescolando giallo, atmosfere oniriche e un’ironia nera che anticipa le sue future sperimentazioni narrative e visive. Il film si muove tra tensione, surreale e grottesco, mostrando già un Argento pronto a rompere gli schemi del genere.
Roberto Tobias (Michael Brandon), batterista di una band, si accorge di essere pedinato da un misterioso individuo. Dopo un confronto in un teatro, una colluttazione finisce in tragedia e Roberto si ritrova coinvolto in un omicidio che crede accidentale. Da quel momento qualcuno, nascosto dietro una maschera inquietante, inizia a perseguitarlo con fotografie compromettenti e minacce sempre più pressanti, trascinandolo in una spirale di paranoia e senso di colpa.
La pressione cresce e finisce per coinvolgere anche la moglie Nina (Mimsy Farmer) e le persone che gli stanno intorno, mentre incubi ricorrenti e nuovi delitti rendono sempre più sottile il confine tra realtà e ossessione. Con l’aiuto dell’amico Diomede, detto “Dio” (Bud Spencer), e dell’investigatore Arrosio (Jean-Pierre Marielle), Roberto cerca di capire chi si nasconde dietro quella presenza e perché abbia scelto proprio lui, ma più si avvicina alla verità, più la situazione gli sfugge di mano.

Argento dirige con mano sicura e audace, sfruttando inquadrature studiate per disorientare e aumentare la tensione. Girato in Techniscope e Technicolor tra Milano, Torino, Roma e alcune sequenze in Tunisia, il film trasforma gli spazi in ambienti freddi, claustrofobici e surreali grazie anche alla fotografia di Franco Di Giacomo. Il montaggio di Françoise Bonnot alterna momenti sospesi a scosse improvvise, mentre sequenze come il finale al rallentatore, ottenuto con una cinepresa ad altissima velocità, mostrano già la voglia di Argento di sperimentare con l’immagine e il tempo.
Anche la colonna sonora di Ennio Morricone, attraversata da influenze rock e dai vocalizzi disturbanti di Edda Dell’Orso, contribuisce a rendere l’atmosfera sempre più inquieta e straniante. Argento aveva inizialmente pensato ai Deep Purple, ma motivi economici portarono alla scelta di Morricone, destinata però a diventare una delle collaborazioni più riconoscibili del suo cinema. Anche l’inserimento di piccoli momenti ironici – dal postino strabico ai personaggi secondari grotteschi – dimostra la capacità del regista di mescolare registri diversi senza spezzare la suspense.
Scritta da Argento con Luigi Cozzi e Mario Foglietti (non sempre accreditati), la sceneggiatura punta più sulla psicologia dei personaggi e sul senso di paranoia che sulla logica investigativa classica. Colpi di scena calibrati e inganni continui rendono la narrazione imprevedibile, mentre temi come lo sguardo, la percezione, la manipolazione e la tossicità dei rapporti di coppia le danno profondità. L’espediente pseudo-scientifico dell’immagine impressa sulla retina aggiunge un tocco surreale e rafforza l’atmosfera di inquietudine, anticipando il futuro cinema più visionario del regista.

Michael Brandon interpreta Roberto, un batterista trascinato in un incubo di paranoia e violenza, sempre sul filo tra paura e decisioni affrettate. Accanto a lui, Mimsy Farmer è Nina, sua moglie, presenza sfuggente ed enigmatica che alimenta il sospetto a ogni sguardo.
Bud Spencer è Diomede, detto “Dio”, l’amico ruvido e malinconico che porta un’ironia amara dentro un mondo dominato dall’angoscia. Jean-Pierre Marielle dà volto all’investigatore Arrosio, figura fuori registro che alleggerisce senza spezzare la tensione.
Attorno a loro si muovono personaggi eccentrici come Dalia, interpretata da Francine Racette, il clochard “Professore” con il volto di Oreste Lionello e il postino interpretato da Gildo Di Marco, presenze che contribuiscono a rendere l’atmosfera sempre più instabile e surreale.

Il titolo 4 mosche di velluto grigio nasce dall’idea dell’esperimento scientifico centrale nel film, che registra le immagini sulla retina della vittima. Le “quattro mosche” rappresentano le sagome sfocate che restano impresse nell’ultimo fotogramma sulla retina, mentre il “velluto grigio” evoca l’atmosfera cupa e ovattata che permea l’intera pellicola. È un titolo che sintetizza la tensione visiva e la paranoia che attraversano il film, senza svelare dettagli della trama.
È il capitolo più personale, oscuro e visionario della trilogia. A tratti discontinuo, ma capace di trascinare lo spettatore in un mondo dove paranoia, inganno e percezione dominano ogni scena. La combinazione di regia audace, sceneggiatura psicologica, interpretazioni convincenti e musica incisiva lo rende un tassello fondamentale per comprendere l’evoluzione del cinema di Argento e il suo graduale passaggio verso un horror sempre più visionario e sperimentale..
Non il più equilibrato della trilogia, ma probabilmente il più coraggioso e personale, già proiettato verso quel cinema visionario che renderà celebre Argento.
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Alla prossima visione,
Il Collezionista di Cinema
