
Titolo originale: 어쩔 수가 없다 Eojjeol suga eopda
Regia: Park Chan-wook
Sceneggiatura: Park Chan-wook, Don McKellar, Lee Kyoung-mi, Jahye Lee
Cast: Lee Byung-hun, Son Ye-jin, Park Hee-soon, Lee Sung-min, Yeom Hye-ran, Cha Seung-won
Genere: Drammatico, Thriller, Commedia
Durata: 139 minuti
Anno: 2025
La follia, nel cinema di Park Chan-wook, ha assunto molte forme. È stata vendetta, desiderio, ossessione, colpa, bisogno di controllo. In No Other Choice – Non c’è altra scelta (2025) nasce invece da qualcosa di molto più comune: la perdita del lavoro e il crollo improvviso di quelle certezze che sembravano ormai conquistate. Una situazione quotidiana che Park porta progressivamente verso territori grotteschi, mettendo al centro un uomo costretto a confrontarsi con un mercato del lavoro sempre più competitivo e con la possibilità di non essere più indispensabile.
Pur cambiando contesto e registro, tornano così alcune delle ossessioni che da sempre attraversano il cinema del regista sudcoreano: la perdita di controllo, il rapporto tra individuo e società e personaggi che, davanti a una realtà che non riescono più a governare, finiscono per imboccare strade sempre più estreme. Questa volta, però, tutto prende forma dentro una dimensione molto vicina al presente, dove il lavoro finisce per legarsi sempre più al ruolo sociale e all’identità personale, mentre la paura di diventare sostituibili assume un peso sempre più concreto.
Man-soo (Lee Byung-hun) lavora da venticinque anni nel settore della carta e ha costruito attorno al proprio impiego una vita stabile insieme alla moglie Mi-ri (Son Ye-jin) e ai figli. Quando l’azienda per cui lavora viene acquisita e gran parte del personale viene licenziato, si ritrova improvvisamente senza lavoro. Convinto che si tratti soltanto di una battuta d’arresto temporanea, promette alla famiglia che tornerà presto a produrre carta, ma dopo oltre un anno la situazione è ben diversa: i risparmi diminuiscono, le spese devono essere ridotte e anche la casa di famiglia rischia di diventare insostenibile.
L’occasione che Man-soo aspetta sembra arrivare con la Moon Paper, dove però il suo tentativo di ottenere un posto si scontra con un ambiente competitivo e con candidati più qualificati. Dopo essere stato umiliato dal responsabile Seon-chul (Park Hee-soon), matura così un’idea estrema: creare un falso annuncio di lavoro per scoprire chi siano i concorrenti più forti e restringere il campo.
Tra i nomi che emergono ci sono Beom-mo (Lee Sung-min) e Si-jo (Cha Seung-won), due uomini con esperienza e competenze superiori alle sue. Man-soo comincia a seguirli e a studiarne abitudini e debolezze, fino a convincersi che l’unico modo per assicurarsi davvero quel posto sia toglierli definitivamente di mezzo.

Anche in No Other Choice Park, Chan-wook dimostra di non voler raccontare una scena nel modo più prevedibile. La macchina da presa entra spesso nell’azione quando questa è già iniziata, cambia prospettiva all’interno dello stesso spazio e sfrutta elementi dell’ambiente per modificare continuamente il nostro punto di vista. Un inseguimento può essere osservato attraverso gli specchi convessi della strada, mentre in altri momenti l’inquadratura viene costruita attraverso oggetti apparentemente insignificanti, fino ad arrivare a una macchina da presa collocata sotto un bicchiere. Sono soluzioni che non hanno soltanto una funzione estetica: contribuiscono a rendere instabile un mondo che Man-soo crede invece di poter controllare.
Particolarmente curato è anche il rapporto tra luce e stato d’animo. Durante uno dei colloqui di lavoro, per esempio, l’illuminazione e gli elementi dell’ambiente finiscono quasi per aggredire visivamente Man-soo, traducendo in immagini la sua crescente frustrazione. In un’altra sequenza, mentre marito e moglie si muovono nella notte illuminati da fonti diverse, Park utilizza la luce per separarli visivamente pur mantenendoli all’interno della stessa situazione. È un modo di dirigere che continua a cercare nell’inquadratura qualcosa in più rispetto alla semplice registrazione dell’azione.
Il confronto con il passato serve soprattutto a mettere in evidenza una continuità: Park continua a raccontare personaggi che perdono progressivamente il controllo, ma lo fa attraverso una regia sempre più interessata a trasformare il caos in costruzione visiva. In No Other Choice questa precisione viene piegata con maggiore decisione verso il grottesco e la commedia nera, facendo sì che molti dei momenti più tesi funzionino anche per il modo in cui spazio, tempi e movimenti vengono organizzati fino a mettere in difficoltà lo stesso protagonista.
Qui emerge con chiarezza anche l’evoluzione del suo stile. Restano riconoscibili il gusto per il punto di vista insolito, il controllo dell’inquadratura e la ricerca continua di soluzioni visive, ma cambia il modo in cui vengono utilizzati. La regia appare meno interessata allo shock o all’esibizione della violenza e più alla capacità di far emergere l’assurdo dentro situazioni apparentemente normali. Park non rinuncia quindi alla propria identità, ma continua a modificarne il linguaggio, trovando nel grottesco quotidiano di No Other Choice un terreno diverso su cui farlo evolvere.

Alla base di No Other Choice c’è The ax. Cacciatore di teste, romanzo pubblicato da Donald E. Westlake nel 1997 e già portato al cinema da Costa-Gavras con Cacciatore di teste nel 2005. La sceneggiatura è firmata da Park Chan-wook insieme a Don McKellar, Lee Kyoung-mi e Jahye Lee. Park ha inseguito per circa vent’anni la possibilità di realizzarne una propria versione, trovando nella storia qualcosa che sentiva particolarmente vicino: Man-soo considera il lavoro nella produzione della carta una parte essenziale della propria identità, un rapporto nel quale lo stesso regista ha dichiarato di riconoscersi pensando al proprio legame con il cinema. È da qui che la sceneggiatura allarga progressivamente il discorso: il licenziamento non priva il protagonista soltanto di uno stipendio, ma mette in crisi il modo in cui ha sempre definito se stesso e il posto che ritiene di occupare all’interno della famiglia.
Man-soo ha infatti interiorizzato l’idea di dover essere colui che garantisce stabilità economica, protegge la casa e mantiene il tenore di vita raggiunto. Park ha indicato apertamente anche questa concezione dell’uomo e del capofamiglia come uno degli aspetti che lo hanno avvicinato al personaggio. Mi-ri rappresenta però una risposta diversa alla stessa crisi: accetta di lavorare, ridurre le spese e adattarsi a una situazione nuova, mentre il marito vive ogni rinuncia come una perdita del proprio ruolo. La reazione di Mi-ri mostra che un’alternativa esiste, anche se Man-soo non è disposto ad accettarla.

Il significato di No Other Choice passa così direttamente attraverso il tema della responsabilità. Park ha spiegato di considerare l’espressione “non c’è altra scelta” anche un modo per attribuire alle circostanze decisioni di cui non si vuole assumere fino in fondo il peso. È la frase con cui un’azienda può giustificare un licenziamento in nome dell’efficienza e diventa, attraverso Man-soo, la stessa logica applicata alla competizione tra lavoratori. Se gli altri candidati impediscono di ottenere un posto, il protagonista porta alle estreme conseguenze il concetto di “eliminare la concorrenza”, trasformando un’espressione del linguaggio economico in qualcosa di letterale.
La satira diventa ancora più amara perché le persone contro cui Man-soo dirige la propria rabbia non sono molto diverse da lui. Sono lavoratori dello stesso settore, colpiti dalle medesime difficoltà e altrettanto esposti a un mercato che li considera sostituibili. Park ha parlato apertamente di una rabbia indirizzata verso le persone sbagliate: invece di riconoscere negli altri una condizione comune, Man-soo li trasforma nei propri nemici. È un tema che riporta alla dimensione sociale di Mr. Vendetta (Sympathy for Mr. Vengeance, 2002), dove già un lavoratore licenziato veniva spinto verso scelte estreme dalla propria condizione economica. Qui, però, Park affronta nuovamente il conflitto di classe attraverso un registro molto più apertamente satirico, mostrando una competizione nella quale chi si trova dalla stessa parte finisce per combattersi pur di rimanere dentro il sistema.
Il tema della sostituibilità si allarga poi all’automazione dei processi produttivi. Man-soo combatte per dimostrare di essere ancora necessario in un settore che, nel frattempo, procede verso una crescente automazione. Il paradosso è evidente: mentre lui concentra tutte le proprie energie sugli uomini che considera concorrenti, il concetto stesso di indispensabilità del lavoratore viene progressivamente messo in discussione. Il film non costruisce quindi una semplice opposizione tra uomo e tecnologia, ma inserisce l’automazione all’interno di una riflessione più ampia sull’efficienza e sulla facilità con cui il valore di una persona può essere fatto coincidere con la sua utilità produttiva. Questa dimensione legata a automazione e obsolescenza del lavoro è stata rilevata anche dalla critica internazionale.
Anche la casa assume un peso particolare all’interno di questa costruzione. È l’abitazione dell’infanzia di Man-soo, recuperata e trasformata nel simbolo concreto della vita che è riuscito a costruire. Perderla significherebbe quindi molto più che rinunciare a un bene costoso: vorrebbe dire assistere alla scomparsa di quella stabilità attraverso cui continua a misurare il proprio successo. La famiglia, il lavoro e la casa finiscono così per appartenere allo stesso equilibrio, ed è proprio il progressivo cedimento di quell’equilibrio a spingere il protagonista sempre più lontano dalla realtà.
La quantità di temi e situazioni messi in gioco rappresenta però anche uno dei limiti della sceneggiatura. I 139 minuti permettono a Park di costruire diversi personaggi e lunghe sequenze grottesche attorno ai piani di Man-soo, ma la progressione non mantiene sempre la stessa compattezza. Una volta chiarito il meccanismo su cui si regge la storia, alcune deviazioni finiscono per dilatarlo più che svilupparlo e la durata comincia a farsi sentire. Non viene meno l’interesse per ciò che il film vuole raccontare, ma rispetto ai lavori più riusciti di Park manca a tratti quella capacità di far procedere invenzione narrativa e approfondimento tematico con la stessa forza.

Lee Byung-hun trova in Man-soo un personaggio che gli permette di muoversi continuamente tra registri opposti. L’uomo che vediamo all’inizio è convinto della propria competenza e del posto conquistato nella società, ma il licenziamento ne mette rapidamente a nudo orgoglio, paura e fragilità. Lee rende molto bene soprattutto lo scarto tra la serietà con cui Man-soo affronta i propri piani e la disastrosa concretezza della loro esecuzione: prepara tutto come se potesse controllare ogni variabile, salvo poi ritrovarsi impacciato, dolorante o sopraffatto dagli imprevisti. Disperazione, orgoglio ferito e comicità fisica convivono senza trasformare il personaggio in una caricatura, conservando qualcosa di umano anche quando le sue decisioni diventano sempre più difficili da accettare.
Son Ye-jin costruisce Mi-ri senza rincorrere l’eccentricità del marito e trova spesso il tono giusto nelle reazioni più semplici. La sua ironia rimane sottile e passa soprattutto dal modo in cui affronta le conseguenze delle scelte di Man-soo, mantenendo una lucidità che crea un contrasto efficace con la sua crescente agitazione. Il personaggio acquista così una presenza autonoma all’interno della famiglia e Son Ye-jin riesce a far convivere pragmatismo, esasperazione e complicità senza appesantire il rapporto con il marito.
Tra i comprimari spicca soprattutto Lee Sung-min nei panni di Beom-mo, ex uomo dell’industria cartaria che rappresenta uno degli incontri più significativi del percorso di Man-soo. L’attore gli restituisce l’aspetto trasandato e sconfitto di chi è stato espulso dallo stesso mondo professionale, ma senza privarlo di personalità. La lunga sequenza che lo coinvolge insieme alla moglie A-ra permette inoltre a Yeom Hye-ran di imprimere al film una comicità molto più esplosiva: attrice teatrale eccentrica nel racconto, A-ra entra nel piano di Man-soo trasformando quello che dovrebbe essere un omicidio accuratamente preparato in una situazione sempre più incontrollabile. Il contrasto tra Lee Sung-min e Yeom Hye-ran sostiene molto bene il passaggio continuo tra tensione e farsa, evitando che i personaggi sembrino semplici pedine della storia.

No Other Choice – Non c’è altra scelta resta pienamente coerente con il cinema di Park Chan-wook. Cambiano il contesto e il registro, ma ritornano l’ossessione, la violenza, l’autoinganno e personaggi che cercano di riprendere il controllo quando la realtà comincia a sfuggirgli di mano. Questa volta, però, tutto viene calato dentro un terreno molto più quotidiano: il lavoro, la competizione, la perdita dello status e la paura di diventare inutili in un sistema produttivo che continua a cambiare.
La regia rimane uno dei punti di forza più evidenti e conferma la volontà di Park di non limitarsi a ripetere il proprio stile, ma di continuare a cercare nuove soluzioni visive. Il film lascia parecchio materiale su cui riflettere, soprattutto nel modo in cui mette insieme capitalismo, automazione, identità e trasformazione del lavoro, senza ridurre il discorso a una semplice contrapposizione tra uomo e tecnologia. A limitarne l’impatto è soprattutto la struttura: la durata si avverte, alcune deviazioni rallentano il percorso e il film non raggiunge quella stessa forza emotiva e narrativa che rendeva più travolgenti opere come Oldboy (2003) o Mademoiselle (2016).
Resta quindi un film valido, nel quale le idee e la messa in scena convincono più del risultato complessivo. Rispetto ai lavori migliori di Park manca qualcosa in termini di compattezza e di forza emotiva.
Un film intelligente e molto ben diretto, capace di affrontare temi attuali con il tipico gusto di Park Chan-wook per il grottesco. Pecca però in compattezza e la durata finisce per pesare.
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Il Collezionista di Cinema
