
Lucio Fulci nasce a Roma nel 1927, ma la sua vera nascita cinematografica arriva molto più tardi, quando il suo cinema smette di cercare un equilibrio. Prima di arrivare alla regia studia medicina e lavora anche come critico cinematografico: due esperienze che lasciano un segno nel suo sguardo, soprattutto nel modo quasi clinico con cui nei suoi film il corpo viene osservato, ferito, distrutto.
Prima di diventare il nome che oggi associamo allo splatter italiano, attraversa quasi ogni genere possibile: commedia, musicarello, western, thriller e giallo, arrivando anche a firmare un thriller erotico ambiguo e hitchcockiano come Una sull’altra (1969). Non nasce nell’horror. Ci arriva dopo, e forse è proprio questo a renderlo diverso dagli altri. Fulci non è un artigiano che trova un filone e lo sfrutta: è un regista che cambia pelle finché non trova la forma che gli permette di esprimere davvero la sua visione.

Negli anni ’70 il suo cinema si incupisce. Non è solo una questione di sangue, ma di sguardo. Con Una lucertola con la pelle di donna (1971) e Non si sevizia un paperino (1972) il giallo diventa più sporco, ambiguo, disturbante. La provincia italiana non è più semplice sfondo, ma luogo malato, attraversato da superstizione, repressione, ipocrisia religiosa.
In Sette note in nero (1977) il tempo stesso si incrina: la premonizione non è espediente narrativo, ma frattura percettiva. Fulci comincia a lavorare sulla disgregazione della logica, su un racconto che non vuole rassicurare. È qui che si intravede il passaggio decisivo: la storia smette di essere il centro, l’atmosfera prende il comando.
Il punto di svolta arriva con Zombi 2 (1979). Non è soltanto un successo internazionale. Non è solo un’operazione commerciale agganciata idealmente al fenomeno di George A. Romero. È il momento in cui Fulci capisce che l’orrore può essere fisico senza perdere potenza visionaria.
Il gore non è decorazione: è materia narrativa. L’occhio trafitto dalla scheggia, la carne che si lacera, i corpi che marciscono sotto il sole non servono a scioccare e basta. Servono a togliere allo spettatore qualsiasi distanza di sicurezza. Il dolore non è suggerito, è mostrato. E mostrato senza protezioni.

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Non si sevizia un paperino (1972)
Edizione import UK Slipcover in 4K Ultra HD con audio italiano. Mai pubblicato in Italia nel formato 4K.
Zombi 2 (1979)
Edizione import UK (Slipcover) in 4K Ultra HD con audio italiano, mai pubblicato in Italia nel formato 4K. Tra gli extra principali: restauro 4K del film e commento audio del biografo di Fulci Stephen Thrower insieme all’esperto horror Alan Jones.
Tra il 1980 e il 1981 arriva la fase più radicale, quella che comprende Paura nella città dei morti viventi (1980), …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà (1981) e Quella villa accanto al cimitero (1981), quella che verrà definita la Trilogia della Morte. Non è una trilogia in senso classico, ma un blocco compatto di visioni.
Qui Fulci abbandona definitivamente la narrazione lineare. Il tempo si dilata, le connessioni causali si sfaldano, i personaggi sembrano muoversi in un mondo che sta già collassando. L’orrore non è più un evento che irrompe nella normalità: è la condizione di base dell’esistenza. La morte non è un finale, è un passaggio verso qualcosa di peggiore, spesso incomprensibile. Fulci non costruisce suspense tradizionale. Ti porta verso qualcosa che sai già che non puoi evitare.

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Paura nella città dei morti viventi (1980)
Edizione import UK (Slipcover) in 4K Ultra HD con audio italiano. Mai pubblicato in Italia nel formato 4K. Tra gli extra principali: interviste, contenuti speciali, dietro le quinte e titoli alternativi della versione USA.
…e tu vivrai nel terrore! – L’aldilà (1981)
Edizione import USA Deluxe Edition in cofanetto 4K Ultra HD con audio italiano. Mai pubblicato in Italia nel formato 4K. Tra gli extra principali: nuovo restauro 4K, commenti audio, interviste e contenuti da collezione.
Quella villa accanto al cimitero (1981)
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Dopo l’esplosione visionaria dell’horror soprannaturale, Fulci torna al giallo con uno dei film più estremi della sua carriera: Lo squartatore di New York (1982). Qui l’orrore non arriva da dimensioni infernali, ma dalla città stessa: sporca, malata, attraversata da una violenza quasi insostenibile. Il film spinge il giallo italiano verso territori brutali, tra mutilazioni esplicite e un assassino disturbante che parla con una voce infantile. È uno dei titoli più controversi della sua filmografia, censurato e discusso per anni, ma anche uno dei più rappresentativi della sua idea di cinema: uno sguardo che non arretra davanti al lato più oscuro dell’essere umano.
Il suo stile è riconoscibile al primo sguardo: primi piani insistiti, silenzi che pesano più delle urla, movimenti lenti che trasformano l’attesa in tensione fisica. Gli effetti speciali, spesso artigianali, non cercano eleganza ma impatto. Fulci percorre una strada molto diversa da quella di Dario Argento: se Argento trasforma l’orrore in coreografia visiva, tra colori saturi e movimenti di macchina virtuosistici, Fulci lo riporta alla materia, alla carne che si lacera e alla sensazione fisica della morte.
Eppure ridurre Lucio Fulci a “regista splatter” è un errore di prospettiva. Il sangue nei suoi film è sempre legato a un’idea di dissoluzione: del corpo, della fede, della razionalità. L’orrore è metafisico prima ancora che visivo. Quando la logica si spezza, anche lo spettatore perde appigli.

In Italia, per anni, viene trattato come un autore di serie B. All’estero, invece, il suo nome circola tra gli appassionati come sinonimo di radicalità, fino a essere consacrato con un soprannome che dice tutto: “Godfather of Gore”. Registi come Quentin Tarantino, Sam Raimi, Eli Roth e Guillermo del Toro ne hanno riconosciuto l’influenza, non tanto per la quantità di sangue versato, ma per il coraggio di spingersi oltre il limite della rappresentazione. Fulci non cercava equilibrio. Cercava rottura.
La sua carriera, soprattutto negli ultimi anni, è segnata da difficoltà produttive, budget ridotti, problemi personali. Ma anche in condizioni precarie mantiene una coerenza feroce: non addolcisce lo sguardo, non si autocensura per compiacere. È questo che lo rende un vero volto di culto. Non perché sia stato sempre perfetto, ma perché è stato sempre riconoscibile.
Per me il cuore del suo cinema resta lì, tra giallo e horror, dove la realtà si incrina e il male non ha spiegazione razionale. In fondo Fulci lo ha sempre detto senza giri di parole:
«Il mio cinema è cattivo perché il mondo è cattivo»
Tra occhi strappati e silenzi interminabili, tra province marce e dimensioni infernali, ha costruito un immaginario che non chiede permesso. Ti guarda fisso, ti mette a disagio e non arretra.
E quando un autore riesce ancora oggi a farci sentire sporchi, inquieti, destabilizzati, significa che quell’orrore non era solo effetto speciale. Era linguaggio.

Al prossimo appuntamento con un altro Volto di Culto,
Il Collezionista di Cinema
