Non si sevizia un paperino (1972) (V.M.18)

SCHEDA TECNICA

Regia: Lucio Fulci

Sceneggiatura: Gianfranco Clerici, Lucio Fulci, Roberto Gianviti

Cast: Florinda Bolkan, Barbara Bouchet, Tomas Milian, Irene Papas, Marc Porel, Georges Wilson, Antonello Campodifiori, Ugo D’Alessio, Virgilio Gazzolo, Andrea Aureli, Rosalia Maggio, Vito Passeri

Genere: Giallo, Thriller

Durata: 102 minuti

Anno: 1972

Classificazione: V.M. 18

In alcuni luoghi, il sospetto arriva sempre prima della verità. Con Non si sevizia un paperino (1972), Lucio Fulci porta il giallo nel cuore della provincia italiana, trasformando una piccola comunità della Lucania nel riflesso di una società dominata da superstizione, fanatismo religioso e pregiudizio.

Mentre l’indagine cerca un colpevole, il film rivolge lo sguardo soprattutto a una comunità che quel colpevole sente il bisogno di inventarlo. È proprio da questa prospettiva che Fulci costruisce una delle opere più mature e significative della sua filmografia, capace di utilizzare i meccanismi del giallo per raccontare molto più di un semplice mistero.

TRAMA

In un piccolo paese della Lucania, una serie di efferati omicidi di bambini sconvolge la tranquillità della comunità, diffondendo paura e alimentando un clima di crescente sospetto. Mentre i carabinieri cercano di individuare il responsabile, il giornalista Andrea Martelli (Tomas Milian) segue da vicino l’evolversi delle indagini, convinto che dietro quei delitti si nasconda una verità più complessa di quanto appaia.

I sospetti si concentrano presto su Patrizia (Barbara Bouchet), una giovane donna trasferitasi in paese dopo uno scandalo legato alla droga, e sulla Maciara (Florinda Bolkan), una donna emarginata che molti considerano una strega. Tra false piste, superstizioni e accuse sempre più feroci, la ricerca dell’assassino porta progressivamente alla luce le profonde tensioni che attraversano l’intera comunità.

Barbara Bouchet e Tomas Milian nei panni di Patrizia e Andrea Martelli in una scena di Non si sevizia un paperino (1972).

Lucio Fulci raggiunge qui uno dei momenti più alti della propria filmografia, portando a piena maturità la sua idea di giallo e definendo uno stile personale destinato a distinguerlo dai principali modelli del genere. La scelta di ambientare la vicenda in un piccolo paese della Lucania non rappresenta soltanto una variazione geografica rispetto ai gialli urbani dell’epoca, ma diventa il fondamento dell’intero racconto. La provincia assume così il ruolo di un vero e proprio personaggio, un luogo in cui superstizione, religiosità popolare e diffidenza influenzano ogni rapporto umano, alimentando un clima di costante inquietudine.

Fondamentale in questo senso è la fotografia di Sergio D’Offizi, che sfrutta la luce intensa del paesaggio lucano, i campi assolati e le strade polverose per creare un contrasto tanto affascinante quanto disturbante: ciò che appare luminoso e familiare si trasforma progressivamente nel teatro di una vicenda sempre più cupa. La regia accompagna l’evolversi delle indagini mantenendo costante il senso di inquietudine, nel quale il mistero nasce soprattutto dai rapporti tra i personaggi e dal clima che li circonda.

Un ruolo altrettanto importante è affidato alla colonna sonora di Riz Ortolani, che alterna temi malinconici e carichi di tensione fino a culminare nella celebre Quei giorni insieme a te, interpretata da Ornella Vanoni. Il delicato motivo musicale, in netto contrasto con la violenza di alcune delle immagini più memorabili del film, amplifica il senso di disagio e contribuisce a rendere l’opera immediatamente riconoscibile.

Veduta del paese in cui è ambientato Non si sevizia un paperino (1972), elemento centrale della regia di Lucio Fulci.

La sceneggiatura di Non si sevizia un paperino, firmata da Lucio Fulci, Roberto Gianviti e Gianfranco Clerici, prende spunto da un tragico fatto di cronaca che sconvolse l’Italia all’inizio degli anni ’70. Nel 1971, a Bitonto, il ritrovamento dei corpi di cinque bambini alimentò un clima di paura e tensione che ebbe un’enorme risonanza mediatica, mentre le indagini si rivelarono lunghe e complesse. Pur ispirandosi a quella vicenda, il film non ne propone una ricostruzione diretta, ma utilizza quei drammatici eventi come punto di partenza per sviluppare una storia originale.

L’indagine diventa così il mezzo attraverso cui Fulci analizza i meccanismi che regolano una comunità chiusa, dove il bisogno di trovare rapidamente un colpevole finisce per prevalere sulla ricerca della verità. La superstizione, il fanatismo religioso e il pregiudizio si trasformano progressivamente in strumenti di condanna, mentre chiunque venga percepito come diverso diventa il bersaglio di sospetti e accuse. In questo contesto, il mistero assume un’importanza quasi secondaria: ciò che interessa davvero alla sceneggiatura è osservare come la paura possa deformare i rapporti umani e spingere un’intera collettività verso l’intolleranza.

È proprio questa capacità di andare oltre i meccanismi del giallo a rendere Non si sevizia un paperino un film che continua a conservare intatta la propria forza espressiva. Dietro la ricerca dell’assassino si nasconde infatti una lucida riflessione sull’ipocrisia sociale, sul conformismo e sulla violenza che può nascere dall’ignoranza e dal desiderio di trovare un capro espiatorio, mantenendo il film sorprendentemente attuale ancora oggi.

La Maciara, interpretata da Florinda Bolkan, durante un interrogatorio in Non si sevizia un paperino (1972).

Le interpretazioni assumono un ruolo fondamentale nel dare credibilità ai temi affrontati dalla sceneggiatura, evitando che i personaggi si riducano a semplici figure funzionali all’indagine. Tra questi spicca Andrea Martelli, il giornalista interpretato da Tomas Milian, che segue gli omicidi e finisce progressivamente coinvolto nella ricerca dell’assassino. La sua posizione di estraneo gli permette di osservare con maggiore lucidità una comunità nella quale le indagini vengono continuamente condizionate da superstizione, ostilità e pregiudizi. Milian evita di trasformarlo in una figura dominante e gli restituisce piuttosto la concretezza di un uomo che raccoglie indizi, mette in discussione le versioni più comode e comprende lentamente quanto la verità sia nascosta dietro le apparenze rispettabili del luogo.

Fulci affida invece a Barbara Bouchet un personaggio costruito anche attraverso l’immagine pubblica dell’attrice, ormai affermata come una delle principali icone erotiche del cinema italiano dell’epoca. Patrizia, giovane donna proveniente da Milano e trasferitasi in paese dopo uno scandalo legato alla droga, rappresenta una sessualità libera e provocatoria che contrasta apertamente con il moralismo della comunità. La scena in cui si mostra nuda davanti al piccolo Michele porta questa ambiguità al suo punto più estremo: oltre a funzionare come depistaggio, induce lo spettatore a sospettare di lei sulla base di un comportamento giudicato scandaloso, riproducendo lo stesso meccanismo di condanna che domina il paese. Barbara Bouchet mantiene Patrizia volutamente in equilibrio tra provocazione e vulnerabilità, lasciando emergere una donna che viene considerata pericolosa soprattutto perché estranea alle convenzioni del luogo.

All’estremo opposto si trova la Maciara di Florinda Bolkan, una donna povera e isolata alla quale vengono attribuiti poteri magici e responsabilità che la comunità non è in grado di dimostrare. Bolkan non la riduce alla figura folcloristica della strega, ma ne evidenzia la fierezza, la paura e il disperato bisogno di attribuire un significato agli eventi attraverso i riti in cui crede. Il suo linciaggio rende evidente il tema centrale del film: quando il sospetto sostituisce la verità, la diversità diventa sufficiente per emettere una condanna.

La stessa rete di contraddizioni prosegue attraverso gli altri personaggi. Irene Papas interpreta Aurelia, la madre di don Alberto, legata al figlio da un rapporto nel quale affetto, fede e dolore rimangono inseparabili; Marc Porel presta al giovane sacerdote un’apparenza rassicurante, rafforzata dalla vicinanza ai bambini e dal ruolo che occupa nella comunità; Georges Wilson interpreta Zio Francesco, anziano fattucchiere legato alla Maciara, figura appartata e ambigua che contribuisce ad alimentare il clima di sospetto. Fulci utilizza ogni interprete per rappresentare una diversa forma di pregiudizio, rispettabilità o emarginazione, facendo del cast uno degli elementi chiave nella costruzione del mistero.

Barbara Bouchet nei panni di Patrizia nella scena in cui si spoglia davanti al piccolo Michele in Non si sevizia un paperino (1972).

A più di cinquant’anni dalla sua uscita, Non si sevizia un paperino conserva intatta la propria forza espressiva. Pur rispettando i meccanismi del giallo, riesce infatti a superarli, trasformando l’indagine in uno strumento attraverso cui raccontare le paure, le contraddizioni e l’ipocrisia di un’intera comunità. La ricerca dell’assassino mantiene intatta la propria efficacia narrativa, ma è soprattutto la riflessione sul pregiudizio, sul fanatismo e sulla facilità con cui una società costruisce i propri capri espiatori a renderlo ancora sorprendentemente attuale.

Accolto freddamente da una parte della critica al momento della sua uscita, anche a causa della durezza dei temi affrontati e delle numerose polemiche che lo accompagnarono, il film è stato progressivamente rivalutato nel corso degli anni. La sua forza risiede proprio nella capacità di unire suspense, critica sociale e profondità psicologica senza sacrificare l’equilibrio del racconto, lasciando nello spettatore interrogativi che vanno ben oltre la semplice risoluzione del mistero.

TRAILER
Il mio voto
9/10

Molto più di un semplice giallo, unisce suspense e critica sociale con una maturità rara, lasciando nello spettatore interrogativi che vanno ben oltre la risoluzione del mistero.

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Alla prossima visione,

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